La mia opinione diverge un poco dalle vostre
Ho letto anch’io in questi giorni il libro, di cui l’utente che ha aperto la discussione ha di fatto riscritto in chiave moderna il finale. Ma appunto il finale è ciò che personalmente salverei di un romanzo che – a differenza di chi mi ha preceduto - ho trovato per lunghi tratti piatto e ripetitivo, nella trama e nello stile. Mi ha deluso, lo confesso, e per certi versi persino irritato.
Il problema riguarda soprattutto la figura del protagonista, quel Martin che - applicandosi da autodidatta - in due o tre anni passa dal non aver frequentato le scuole elementari al disputare di filosofia con professori universitari; dal non azzeccare un congiuntivo al produrre in serie – passando indifferentemente dall’uno all’altro - saggi, racconti, romanzi, poemi in versi e poesie; dal complesso d’inferiorità all’essere sprezzante.
Nonostante l’aria e il tono da compatimento, questo supereroe dalla volontà ferrea e dalla vena creativa facile non convince. “Dà voce all'insofferenza di chi non riesce a sottostare alle convenzioni sociali che criticano e ingabbiano”, scrive Emily: e così certo avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dell’autore. Solo che Martin, a sua volta – e magari senza rendersene conto - finisce col giudicare, criticare ed ingabbiare tutto e tutti, non salvando nulla e nessuno, a parte se stesso.
Per lui – ad eccezione di qualche autentico “intellettuale” randagio e nullafacente ai margini della società - sono tutti pecoroni, tutti schiavi delle convenzioni sociali, tutti impregnati di cultura superficiale. Se amici e familiari non lo capiscono è perché sono gretti e limitati; se la fidanzata non lo apprezza è perché è una meschina borghesuccia; se i suoi scritti non vengono pubblicati è perché gli editori non ne sanno riconoscere il talento …
Non che amici, familiari, fidanzata ed editori siano in realtà gente di larghe vedute: ma possibile che Martin non reputi mai nessuno alla propria altezza? O troppo in alto, o troppo in basso.
Nel suo essere o sentirsi diverso dagli altri (o perlomeno, da
“tutti i membri del proprio ceto e quelli della classe sociale di Ruth”, concedendo così forse una chance all’aristocrazia del sangue e agli indigeni della Nuova Guinea …), Martin giunge dunque alla conclusione che l’unica strada per “essere se stessi” e “vivere una vita autentica” sia quella di farla finita con la vita stessa.
Ed il pensiero che il mondo non sia degno di noi ha accomunato - in letteratura e non solo - così tante anime belle, sensibili e incomprese, da non sembrare più nemmeno anticonformista …
Chiuso con Martin, chiuso con Jack.
Voto: 4,5