Incuriosito e invogliato dai commenti di chi mi ha preceduto, ho letto anch'io il libro, di cui ho apprezzato moltissimo la scrittura, che pur nella sua chiarezza e semplicità riesce comunque a coinvolgere e ad appassionare.
Non avevo mai sentito citare né titolo né autore, ma devo ammettere che si sono rivelati una lieta scoperta. Il romanzo, come dice Pier, è (o appare) volutamente "piatto", così come il personaggio cui è dedicato: eppure, bisogna riconoscere, dietro questa scialba apparenza si raggiungono - pagina dopo pagina - picchi d'intensità e di commozione davvero notevoli.
Perché è vero che tutta la vicenda è permeata di banalità e che nel protagonista non si può certo ravvisare la figura dell'eroe, essendo sostanzialmente passivo ed inerte di fronte agli eventi. Ma occorre secondo me distinguere tra accadimenti esterni e vita interiore: e quella di Stoner, nonostante la sua naturale timidezza o ritrosia e la difficoltà ad esprimere in qualche modo le proprie passioni, è ricchissima!
Ecco perché, tutto sommato, non comprendo fino in fondo la conclusione di Carmilla, secondo la quale "vivere una vita come quella di Stoner è una delle cose che mi terrorizza di più al mondo". Sì certo, ognuno di noi vorrebbe fare della propria vita un capolavoro ed essere l'eroe di se stesso. Ma io credo invece che la maggior parte degli uomini, alla fine, finiscano per vivere una vita più simile a quella di Stoner: non esaltante nei fatti, piena anche di amarezze e di rimpianti, ma comunque degna di essere vissuta. Perché fatta non solo di delusioni e insuccessi, su cui spesso si tende a rimuginare con insistenza, ma anche di amore: per la cultura, per una figlia, per una ragazza. Cose così naturali da essere date quasi per scontate, e che invece meritano di essere ricordate e messe a bilancio, quando giungerà il tempo di tirare le somme della propria esistenza.
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