Con la motivazione di approfondire la letteratura giapponese e la voglia di leggere qualcosa di breve, ho letto in pochi giorni Le ricette della signora Tokue, che si è rivelata un’ottima lettura, per vari aspetti.
Innanzitutto fa entrare il lettore dentro una dimensione molto care alla cultura e alla tradizione giapponese, ovvero quella culinaria. La filosofia giapponese, che dona un senso di oniricità a molti aspetti della quotidianità, permea anche il rapporto che hanno con il cibo, dal momento che cucinare è visto come una vera e propria arte, a cui bisogna dedicare tempo e dedizione (tipo la preparazione del ramen assume a volte delle connotazioni quasi da rito religioso). E qui il lettore percepisce benissimo questo aspetto, visto che la signora Tokue trasmette al protagonista l’essenza di questa arte, che comprende anche l’essere in grado di mettere anima e corpo in qualcosa in cui si crede.
Se questo primo aspetto me lo aspettavo dal titolo e da quel poco che so di cultura giapponese, l’altro tema centrale del libro mi ha invece completamente preso impreparata. Nel libro si affronta, intrecciato perfettamente con la narrazione, i tema della lebbra in Giappone, di cui non sapevo nulla. I malati di lebbra dovevano restare in isolamento tutta la vita, anche dopo la guarigione, e questo fino a metà degli anni Novanta! Essendo rimasta alquanto perplessa dai racconti fatti nel libro, ho cercato un po’ su Internet, trovandone conferma. Sembra che dalla metà degli anni Novanta siano anche nati alcuni processi per rimborsare le vittime di questa segregazione non necessaria. Tuttavia, come viene raccontato nel libro, anche se ricompensi le vittime, ormai da una parte esse hanno già passato cosi tanti decenni in segregazione che non sono in grado di rapportarsi veramente col mondo e dall’altra parte ci vorranno decenni prima che la mentalità delle persone cambi ed esse siano disposte ad accogliere senza pregiudizi i guariti all’interno della società.
Sembra un tema pesante, ma in realtà il libro è breve (184 pag.) e tra i punti forti c’è proprio la capacità di creare un equilibrio tra temi pesanti e una narrazione invece leggera.
So che ne è stato tratto anche un film che ha avuto abbastanza successo, sono curiosa di recuperarlo!