Terminato in un paio di giorni e data la candidatura al principale premio letterario italiano, è stato decisamente una delusione. La motivazione con cui è stato proposto allo Strega è:
"[..] anche in questo libro, insomma, così breve e strano, a tratti improbabile per chi non ha dimestichezza con i puri di cuore, una specie di favola dolce e sinistra attraversata da cima a fondo da un brivido allarmante, Claudio Piersanti dà senso e spazio al mistero del silenzio e della solitudine, dimensioni fondative dei rapporti umani. Tutto questo grazie alla raffinatezza del suo intuito psicologico e alle risorse stilistiche innate della sua scrittura, che derivano da una lingua che ha la limpidezza del cristallo e da una straordinaria naturalezza e versatilità espressiva."
Da quel che ho capito, il punto forte e l'argomento principale del libro dovrebbe essere il raccontare la quotidianità di un amore vero, di un rapporto profondo, che coinvolge in modo completo e appagante, rappresentando la vera chiave della felicità e dell'appagamento di una vita. E devo dire che fino alla metà abbondante è riuscito nell'intento, si sente questo legame forte, che non rappresenta una storia d'amore particolare, ma normale, e si narra come l'intensità del sentimento possa influire totalmente sulla quotidianità. Ho apprezzato questa parte, anche se sul tema ho letto sicuramente cose molto simili e migliori e quindi non vi ho trovato una peculiarità che lo distinguesse tanto da candidarlo a un premio. Ma l'ultimo terzo. Mamma mia. Terribile. Una sdolcinatezza e ridondanza veramente troppo stucchevole, ai limiti del peggior Fabio Volo o Federico Moccia.
Si salva secondo me l'idea originale di Vronskij, che rappresenta tutto quel che può distruggere la felicità coniugale, che sia un amante o ben altri problemi e paure. Son contenta di aver letto Anna Karenina da poco, così da cogliere di più alcune riflessioni, anche se non c'è bisogno di averlo letto per leggere questo (ma il finale di Anna Karenina viene qui ovviamente spoilerato).
"Il solo mezzo di sopportare l'esistenza è di stordirsi di letteratura" Gustave Flaubert