Ammetto, a testa bassa, di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese. Fa eccezione questo romanzo breve, Tra donne sole (1949), che, raggruppato con gli altri due romanzi brevi La bella estate (1940, che colpevolmente non ho letto) e Il diavolo sulle colline (1948, che colpevolmente non ho letto) proprio con il titolo La bella estate, ottenne nel 1950 il Premio Strega.
Circa un annetto fa ammirai la trasposizione cinematografica del 1955 di Michelangelo Antonioni, Le amiche, sceneggiata da Antonioni stesso insieme a Suso Cecchi D'Amico e Alba de Céspedes, che vinse il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Rimasi davvero folgorato da questo amaro spaccato esistenziale tutto al femminile. Lo sguardo documentarista del regista (c'è un ampio uso di riprese en plein air ) riusciva a sposarsi perfettamente col ritratto di una Torino tanto improntata verso l'industrializzazione quanto chiusa ed elitaria nel distinguere crudelmente le relazioni sociali e di classe. L'ampio ricettacolo di situazioni (gallerie d'arte, ristoranti, case private) mostrate da Antonioni con sguardo entomologico si rivelano cartina al tornasole di un'impossibilità di comunicazione (tema molto caro al regista) che affligge tanto i rapporti uomo-donna quanto donna-donna. Il personaggio più interessante, in tal senso, mi è parso Clelia, magnificamente interpretata da Eleonora Rossi Drago che, dopo un'infanzia difficile e una raggiunta emancipazione lavorativa, decide, in virtù di tale ascensione sociale, di non legarsi matrimonialmente all'uomo di cui si innamora, Carlo (Ettore Manni), modesto tecnico aiutante dell'architetto Cesare (Franco Fabrizi), per non retrocedere socialmente. Mi è sembrato il ritratto perfetto di un'Italia a due velocità, incapace di conciliare identità sociale ed identità affettiva in maniera serena, ed ancora schiava delle convenzioni. Un film amaro, il cui finale in stazione lascia l'idea che qualsiasi forma di reale progresso umano, a dispetto dell'evoluzione tecnologica, sembri impossibile da ottenersi.
Ammaliato da questa pellicola meravigliosa, ho deciso dunque di recuperare il testo di Pavese, che mi ha consentito di mettere meglio a fuoco alcuni dettagli, come l'inconsistenza dei personaggi maschili, troppo presi dal proprio ego per poter davvero concepire l'alterità in modo sano. E ho trovato geniale che la noia che in certi momenti si respira durante la lettura sembri davvero riferirsi, in realtà, alla vuotezza del mondo altoborghese descritto da Pavese. Forse gli ho preferito il film, che trovo più azzeccato nel suggerire certe sottigliezze emotive senza ricorrere necessariamente a narrazioni eccessivamente verbose (un esempio? "M'ero detta tante volte in quegli anni – e poi più avanti, ripensandoci -, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov'ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l'ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c'ero riuscita, tornavo; e le facce la priccola gente eran tutti scomparsi").
Pare che Italo Calvino non avesse particolarmente apprezzato questa prova di Pavese. Io, non sapendo nulla di Pavese né di letteratura in generale, e ragionando solo da banale lettore, mi limito a dire che il film mi abbia catturato di più. Ciononostante, resta davvero un'opera che, al netto di qualche didascalismo verboso, ti lascia un segno dentro e non ti molla più