Ho letto questo libro per approcciarmi a questa autrice sudcoreana, premiata con il Nobel per la letteratura nel 2024 per "La vegetariana". Ammetto subito che non mi ha fatto impazzire il suo stile.
L'opera è composta da due racconti brevi: "Convalescenza" e "Il frutto della mia donna".
Nel primo, la storia della protagonista è raccontata da un narratore (l'autrice, immagino) che parla in prima persona a lei. Lo stile è asciutissimo, stringato, si sente un po' la sofferenza e il dolore di questa donna, ma sinceramente è difficile entrare in empatia. Oltretutto nemmeno si capisce davvero cosa sia successo tra le due sorelle, perché questo rapporto è stato tormentato. Non riesco nemmeno a capire cosa, la protagonista, si sia fatta alle caviglie e la procedura medica. Coinvolgimento pari a zero.
Il secondo racconto è più interessante, anche qui si affronta il dolore di una donna che non è mai stata felice, ma non lo si capisce del tutto. La storia è raccontata quasi esclusivamente dal marito di lei, un uomo che a me è sembrato freddo, non empatico e pure maschilista, un uomo che nemmeno si ricorda quando ha guardato bene la moglie. In sostanza, a poco a poco, questa donna si trasforma in una pianta sotto ai suoi occhi. Non si capisce perché, cosa sia successo. Lo stile è più discorsivo rispetto al racconto "Convalescenza", ma anche stavolta è difficile entrare in empatia, difficile capire, difficile lasciarsi coinvolgere. La situazione migliora nell'unico capitolo, il penultimo, in cui è finalmente la donna a raccontare in prima persona, ma è troppo breve e sostanzialmente di lì a poco si conclude anche questo racconto.
Insomma, sicuramente questo non è il libro migliore per approcciarsi per la prima volta all'autrice, ma se lo stile di scrittura è così asciutto, conciso e poco coinvolgente, non credo che io e la Kang andremo molto lontano
SINOSSI
Una donna cerca risposta agli interrogativi che la morte della sorella ha lasciato insoluti: perché, senza un motivo apparente, aveva cominciato a detestarla? Perché, pur essendo in tutto più dotata, si sentiva inferiore a lei? Perché sembrava tenere la vita a distanza, «come se scansasse del cibo dall'odore nauseante»? E nel secondo pannello di questo dittico di racconti un'altra donna, per sfuggire a un'esistenza che la intossica, a poco a poco si trasforma in una pianta: la sua inquietudine si placa, il suo corpo sofferente fiorisce e dà frutti – prima di appassire, forse per sempre. Ci sembra di conoscerle, queste figure femminili che richiamano i motivi e l'aura della Vegetariana, ma non cessano di stupirci per la loro straniata singolarità. Creature dolenti, sedotte dal richiamo dell'autoannientamento come unica forma di difesa dalla violenza insita nel nutrirsi, nel sentire, nel vivere. «Presto, lo so, perderò anche la capacità di pensare, ma sto bene. È da tanto tempo ormai che sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua». Col suo tocco elusivo, la prosa scabra di Han Kang sfiora ancora una volta l'orrore senza spiegarlo e ci lascia, attoniti, a contemplare la disturbante malìa del rifiuto di sé.