Terminata la lettura, veramente troppo breve (saranno 80 pagine, ma 15 di prefazione e 25 di postfazione; menomale che non è stato votato come libro del mese nel gruppo di lettura, offre spunti, ma troppi pochi elementi per una vera discussione secondo me).
Riesco a immaginare quanto un testo simile possa esser risultato innovativo e rivoluzionario nel 1917, che critica potesse rappresentare; però per me dice cose che nel mio attuale immaginario sono troppo ovvie e quindi non mi ha colpito molto. Ho letto vari libri di impronta femminista degli inizi del 900 che mi hanno coinvolto molto, quindi non dipende dal fatto che nel 2023 non riesco a immaginarmi come si doveva vivere in un mondo cosí, bensí qui il problema è che l'analisi di questo maschilismo sociale è troppo scontata, di fatto le battute si riducono unicamente a "gli uomini sono intelligenti e fanno cose importanti, le donne sono inferiori", senza argomentare molto.
Però mi son piaciuti la prefazione e la postfazione e l'analisi che fanno del libro. Mi è piaciuto ad esempio il concetto di "donna libera": chi è la donna libera di questo racconto e a quale prezzo ha raggiunto la sua libertà? Potrebbe sembrare Minnie, finalmente libera dal marito e dalla vita infelice che le ha costretto a vivere, ma il prezzo che ha pagato è troppo alto, le ha creato nuove catene; la vera donna libera è rappresentata dalle signore Hale e Peters, che seppur completamente sottomesse ai mariti e convinte del ruolo superiore di essi, attuano una vera e propria ribellione, silenziosa, non programmata ma in qualche modo inevitabile, perchè si riconoscono nella storia di Minnie e non possono stare a guardare passive. La signora Peters, cosí remissiva, con gli occhi pieni di adorazione per il marito e le sue convinzioni di legge e giustizia, non ha dubbi, non tentenna neanche un momento: tra il marito e gli ideali di lui da una parte e l'essere donna e vivere in una condizione di inferiorità, sceglie quest'ultima posizione. Il sentimento di "sorellanza", di lealtà femminile mi è molto piaciuto, perchè esprime come le donne che vivevano all'epoca prima del diritto di voto ecc non erano veramente solo succubi, non erano solo bamboline, bensí avevano una loro personalità ben definita, spesso più forte di quella dell'uomo dominante che stava loro accanto.
Ho trovato poi interessante un parallelismo con il libro del mese di marzo del forum, Il verdetto, su cui ci siamo confronti riguardo al concetto di giuria e di quanto abbia senso o possa essere utile essere giudicati da propri "pari": ma chi sono poi sti pari? Fino a quasi metà del 900 le giurie in americani erano formate esclusivamente da uomini bianchi, le donne non potevano far parte di una giuria! Quindi che pari era un uomo, convinto della sua superiorità, per una donna che veniva processata e magari era innocente? mah, vabeh
"Il solo mezzo di sopportare l'esistenza è di stordirsi di letteratura" Gustave Flaubert