Insieme al gruppo romano dei Letturati ho letto "Le città invisibili" di Calvino.
Il libro descrive una serie di città "inventate" da Calvino e dai tratti fantastici e surreali. E' Marco Polo a raccontare al Kublai Khan le città dell'impero di quest'ultimo, ma questo è solo un espediente per inserire riflessioni dell'autore sulle città.
Ho trovato il libro non facile da leggere (anche letteralmente: mi sono sentito ignorante perché non conoscevo il 10% delle parole), ma pieno di spunti interessanti. Tramite la rappresentazione di città surreali Calvino parla sia delle città contemporanee che del mondo in generale che, secondo me (ma Calvino nella presentazione al libro non menziona questo punto di vista), delle persone.
Molti passi del libro mi sono piaciuti. Ad esempio:
"
io parlo parlo, ma chi m'ascolta ritiene solo parole che aspetta. (...) chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio";
"
l'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il pocho che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà".
E poi c'è una citazione famosa, che mi sembra una delle cose più belle che siano mai state scritte:
"
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".
Consigliato a chi ama viaggiare o fantasticare