Provo ad offrire un piccolo contributo alla discussione
Come già sottolineato nell'articolo postato da EmilyJane, uno dei generi letterari più in voga nell’Inghilterra vittoriana fu il cosiddetto
sensation novel: pubblicati a puntate sui giornali, i racconti “a sensazione” – carichi di colpi di scena, suspense e mistero – riscossero tra i lettori un enorme, anche se spesso effimero, successo. Maestro del genere fu appunto Wilkie Collins, le cui opere ancor oggi vengono ristampate. Ma anche Mary Elizabeth Braddon (1837-1915), che di Collins fu amica e rivale, risultò famosa all’epoca, con i suoi ottanta e passa romanzi, oggi per lo più dimenticati. Il più noto (si fa per dire) è
Il segreto di Lady Audley, che ho appena terminato di leggere (e grazie a Pierbusa per avermelo segnalato

).
Qui la vicenda ruota intorno al doppio mistero dell’improvvisa sparizione di George Talboys e della vera identità di Lady Audley – viso d’angelo e animo diabolico -, intorno a cui si troverà quasi costretto ad indagare un giovane e apparentemente apatico avvocato, amico del primo e nipote acquisito della seconda.
Il racconto, nonostante la mole (quasi 500 pagine), qualche momento ripetitivo e/o di calma piatta e certi stereotipi, scorre nel complesso assai velocemente e lo stile della Braddon, limpido e lineare, si lascia apprezzare anche per la sua spiccata ironia. Ciò che manca, però, è proprio la
suspense: anche perché la soluzione del mistero diviene ben presto facilmente intuibile. Questo però non è un difetto totalmente imputabile alla scrittrice, in quanto "uno fra i segreti della migliore sensational fiction" - è scritto nella postfazione - "sta proprio nell’ossimoro di "sorpresa prevedibile". Il lettore si aspetta, o almeno spera, che un dato episodio evolva in un certo modo, che quel personaggio scomparso ricompaia, che quell’esito venga ribaltato dagli eventi e, infatti, tutto ciò prontamente succede nella storia, però secondo un percorso e con accadimenti cui non avrebbe mai pensato, oppure quando ha perso ogni speranza di vederli svolgere".
A me comunque il libro è piaciuto non tanto per la trama quanto per il ritmo pacato, l’ambientazione dettagliata, i dialoghi incisivi e le personali riflessioni dell’autrice sulla società dell’epoca e sulle disparità sociali e di sesso. Ho letto che la figura di Lady Audley suscitò aspre critiche all’uscita del romanzo perché lontana dai canoni femminili vittoriani, "di cui mantiene soltanto l’aspetto angelico e fragile, che fa emergere ancor più la sua tempra volitiva, la passionalità e la determinazione di chi lotta per affrancarsi da un destino segnato, in una società dominata dall’istituzione matrimoniale e dal potere maschile". L’autrice cercò di rimediare con certe frasi dal sapore un po’ misogino sparse qua e là nel libro ed attribuite al protagonista maschile («fino a che punto le donne sono spietate le une con le altre» ... «il giovane avvocato meditava sull’infamia del sesso femminile» ... «dietro a ogni cattiveria c’era una donna») che avrebbero dovuto solleticare ed accontentare i gusti del pubblico, ma che quasi certamente non rispecchiavano il pensiero della scrittrice.
Perché la Braddon stessa - ex attrice, direttrice di riviste, scrittrice di successo e femminista ante litteram - condusse un’esistenza come un'eroina da romanzo, con tanto di storia sentimentale in stile Jane Eyre (lunga relazione con un uomo sposato, la cui moglie - pazza - era rinchiusa in manicomio). E agli scandali e alle dicerie della gente aveva ormai fatto il callo …
Voto: 7