Certo, ecco un resoconto dell’incontro, scritto in modo che sembri che hai prestato attenzione e preso appunti su tutto quello che è stato detto.
(Sto scherzando, l’ho scritto io e ho preso veramente appunti.)
L’incontro di oggi, all’insegna dell’anarchia assoluta per via dell’assenza di Giorgia, ha avuto come oggetto di discussione “Menti tribali” (“The righteous mind”), di Jonathan Haidt, libro che ha portato qualcuno a definire la discussione come “una delle migliori degli ultimi mesi” (così, giusto per dire). Effettivamente, nonostante avessi esordito nel mio discorso di apertura della discussione con “Questa categoria non ha senso”, mi sono dovuto ricredere: l’argomento ha suscitato l’interesse di tutti e il dibattito è stato molto acceso; ci mancava poco che ricreassimo nel nostro tavolo le fazioni politiche discusse dall’autore.
A mio avviso, una delle principali discriminanti sul gradimento del libro è stata la conoscenza pregressa della tematica: chi (come me) ha affrontato l’argomento per la prima volta, ha avuto un impatto generalmente positivo; chi già aveva familiarità, l’ha trovato a tratti scontato, seppure mostrando apprezzamento per quanto letto. Un’altra nota critica ha riguardato il fatto che i questionari posti da Haidt sembravano, da un lato, finalizzati a confermare le teorie dell’autore, il che dovrebbe essere contrario ad una metodologia sana di ricerca scientifica (n.d.r., non lo è, perché il mondo della ricerca accademica non è sano, ma ho evitato di aprire questo discorso perché poco inerente); dall’altro lato, gli stessi questionari, quando posti al lettore, venivano anticipati da un discorso su quale fosse l’opinione “corretta”, e questa cosa ha sollevato dei fastidi. Ci sono stati anche dei commenti riguardo la mutevolezza delle opinioni dell’autore da un libro: ad alcuni ha dato un’impressione di poca credibilità; altri, invece, hanno apprezzato l’onestà dell’autore di ammettere di aver cambiato idea (e quindi, implicitamente, di aver sbagliato).
Uno dei temi d’interesse è stato la metafora dell’elefante e del “portatore” (continuo a pensare che sia una traduzione insensata). È stato sottolineato (e condivido) come questo meccanismo sia riscontrabile nella vita reale: spesso ci illudiamo di essere razionali, ma la giustificazione logica arriva solo dopo che la nostra parte istintiva ha già deciso cosa vuole e cosa vuole fare.
Il dibattito si è acceso notevolmente quando si è toccato il tasto delle differenze politiche e culturali. È stata rilevata una forte impronta statunitense nel libro, che a volte rende difficile l'applicazione diretta al contesto italiano, ma che spiega fenomeni come l'atteggiamento dei conservatori verso l'autorità o casi di cronaca come quelli recenti di Minneapolis. Si è discusso di come la "matrice morale" cambi a seconda del punto di vista: la maggiore apertura al cambiamento e all'empatia spinge le persone ad avvicinarsi a posizioni “liberali” o, come diremmo noi, di sinistra; la visione dell'unità base della società come l'individuo o come gruppo (tipica di paesi come Cina, Giappone, India) influenza significativamente i concetti di “diritto” e “giustizia”.
La parte finale della riunione ha riguardato l'applicazione pratica delle teorie di Haidt. Se è vero che capiamo che gli altri sono guidati dai loro "elefanti", e se la conoscenza di questo fenomeno ci può aiutare a capire meglio i punti di vista delle altre persone, cosa cambia poi in pratica, quando comunque le idee in questione risultano incompatibili e inconciliabili? Non abbiamo risolto il problema, purtroppo, ma sono stati proposti diversi spunti di riflessione. C’è chi ha enfatizzato l'impossibilità di accettare certi punti di vista estremi, a prescindere dalla loro comprensione; c’è chi ha suggerito che si può comprendere l'altro, ma l'altro rimane libero di sbagliare e noi non possiamo farci nulla; c’è chi ha tracciato un confine etico, distinguendo tra l'errore personale e l'errore che danneggia gli altri.
L’opinione che mi sono fatto alla luce degli interventi di oggi è che capire il punto di vista degli altri può aiutare a smorzare la violenza del dibattito, ma la capacità di capire il punto di vista degli altri è prerogativa di una categoria di persone che tendenzialmente si concentrano da un lato del dibattito stesso, rendendo tutto inutile. Fine.
Potrei aver dimenticato qualcosa, in caso commentate!
Il prossimo libro sarà “Leopardo nero, lupo rosso”, di Marlon James, proposto da Lucrezia, giorno della riunione TBD.