Ciltiz per conto di Giuseppe
Pasticciotti Letterari – Cronaca semiseria dell'incontro del 23 aprile 2026
Allora, partiamo dal fatto che eravamo a tre quarti del mese e non a fine come di solito ci tocca. Ma vabbè, sapete com'è: la vita ci scombina i piani, qualcuno aveva un impegno, qualcun altro doveva portare il cane dal veterinario (invento, eh, ma rende l'idea), e così abbiamo anticipato. Meglio così, in fondo: aspettare un giallo è come aspettare il pasticciotto caldo in pasticceria, prima lo addenti meglio è.
Dopo aver dato il benvenuto a Matteo, un nuovo membro del gruppo, abbiamo messo sotto processo – e uso "processo" non a caso, visto il genere – Omicidi in pausa pranzo di Viola Veloce, uscito per Mondadori nel 2013. Un titolo che già da solo dice tutto e niente. Cioè, capite il livello: muori mentre gli altri si fanno il panino. Una crudeltà sociale prima ancora che narrativa.
La protagonista, Francesca Zanardelli, è una di quelle impiegate che potreste essere voi, io, il vostro vicino di scrivania – anzi no, soprattutto il vostro vicino di scrivania. Sta lì, spazzolino in mano davanti allo specchio del bagno aziendale (e già qui qualcuno si è chiesto: ma chi si lava davvero i denti in ufficio? Pensa un po', praticamente nessuno di noi lo fa, e ci siamo guardati con un certo sospetto reciproco). Insomma, lei intravede due piedi che spuntano da sotto la porta del cesso. E i piedi, ahimè, appartengono a Marinella Sereni, la collega che la Veloce ci presenta subito come insopportabile. Aggettivo che ha scatenato il primo dibattito serio della serata: ma è giusto che l'antipatica muoia per prima? Non è un po' un cliché? Eppure – diciamocelo tra noi – funziona sempre.
L'aspetto che ci ha catturati di più, però, è il dettaglio della messinscena: Marinella non è solo strangolata con una corda bianca, è ricomposta. Sistemata. Pronta per la bara, come se qualcuno – l'assassino, evidentemente con vocazione mancata da agente di pompe funebri – avesse voluto darle un'ultima dignità. Qui, qualcuna, e non voglio fare nomi che, tra l’altro, non ha letto il libro e per tanto non mi va di spoilerare nulla, a tirato fuori la teoria che l'omicida fosse uno di quelli ossessionati dall'ordine, tipo quelli che piegano i calzini per colore. Ipotesi accolta con simpatia ma poca convinzione.
Il bello del libro, su cui siamo stati abbastanza d'accordo, è proprio questa capacità della Veloce di prendere l'ufficio – cioè il posto più mortifero del mondo per definizione, dove l'anima muore ogni giorno tra una mail e l'altra – e trasformarlo in senso ironico, a tratti ilare, in scena del crimine letterale. Una metafora che non ha bisogno di essere spiegata: chiunque abbia passato otto ore a fissare un monitor sa benissimo che lì dentro qualcuno, prima o poi, sarà strozzato, se pur in senso metaforico.
Abbiamo anche convenuto che il filone – molto fiorente in Italia – del giallo "da quotidiano", quello che non ha bisogno di castelli scozzesi o di ispettori dal cappotto importante, si può anche accontentare di un open space e di una macchinetta del caffè. Un genere che, secondo noi, dice molto di più sull'Italia di oggi di tanti saggi di sociologia, come sosteneva un’altra “pasticciotta”. Voglio dire: dove succedono davvero le cose? Non in un manor inglese, ma alla Coop, in palestra, in ufficio. La Veloce questo lo ha capito benissimo tant’è che ha poi continuato con questo filone in altri suoi libri, Omicidi in parrocchia, in condominio …e così via.