Dopo la pausa forzata di maggio, il 25 giugno il gruppo torna a riunirsi, seppure in formazione minima (presenti Luciano, Giuseppe e Ciro) e in videochiamata, per discutere del libro “A Roma non ci sono le montagne” di Ritanna Armeni. Al centro del romanzo l’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944, consumato dai Gruppi di Azione Patriottica nei confronti di un reparto di occupazione tedesca, e l’immediata reazione sfociata nell’eccidio delle Fosse Ardeatine; nella progressiva narrazione della giornata dell’attentato, continui flashback regalano al lettore le sensazioni ed emozioni vissute dai giovani partigiani nel corso di svariate fasi della resistenza, oltre a quelle vissute da un altoatesino che, chiamato alle armi dal Reich, è costretto a lasciare famiglia e terra, per iniziare l’addestramento ed essere impiegato nell’occupazione di Roma.Univoco il pensiero dei presenti circa l’importanza del tema trattato, la sua predisposizione a molteplici riflessioni e paragoni con il presente, e la capacità della scrittrice di calare il lettore nel periodo narrato e nell’atmosfera vissuta dai protagonisti. I GAP sono stati eroi nazionali che hanno messo in pericolo la propria vita per un ideale di libertà o terroristi che, con la loro azione bellica in via Rasella, sono i veri responsabili della morte di 335 innocenti, scaturita dalla brutale reazione tedesca? In un periodo storico in cui assistiamo ad un generale sdoganamento dell’orrore del ventennio e ad una regressiva considerazione dell’impegno antifascista, l’azione partigiana di quel 23 marzo, sin da subito posta ai margini della memoria di quel periodo, potrebbe apparire ancor di più controversa e dibattuta. Cosa avremmo fatto noi, vivendo una limitazione delle nostre libertà fondamentali, con un esercito straniero ad occupare le nostre strade? Possibilmente niente. Non sarebbe stato conveniente. Non avremmo avuto l’ardire di rischiare la vita per quella libertà, che giornalmente diamo l’impressione di detestare. Come cantava Gaber, “libertà è partecipazione” e noi invece siamo immersi in un individualismo estremo, intenti solo a difendere la nostra prospettiva utilitaristica. Riusciamo, però, a provare ammirazione per questi giovani, un po’ di invidia per la loro vitalità e gli ideali, per i quali hanno messo in pericolo la loro vita, e, impegnandoci, anche gratitudine: senza il loro impegno, forse il dopoguerra sarebbe stato più difficile e l’immagine della nostra nazione più degradata. Dopo un’oretta di discussione, di riflessioni, ci congediamo con l’auspicio di accogliere nel gruppo nuovi partecipanti, magari con qualche iniziativa volta a pubblicizzare il nostro club, e la volontà per il prossimo mese di vederci in presenza. Abbiamo voglia di comunità. Alla prossima!