In una Palermo piovosa e senza neanche l'ombra della sua leggendaria mitezza novembrina (secondo quanto mi riferivano negli anni del mio lungo esilio nordico), ci siamo ritrovati attorno a un tavolo – agli squisiti cioccolatini svizzeri di Alberto, alle brioche e al caffè di Peppe – a parlare di "L'anniversario" di Andrea Bajani. Eravamo in tanti, eravamo carichi. Sicuramente lo ero: carico dell'entusiasmo della prima volta, della curiosità per l'inizio di un nuovo club di lettura qui, in terra natia. Noi new entry quel tepore novembrino l'abbiamo senz'altro trovato fra i Gattopardi.
E così si inizia: Ciro, in videocollegamento dentro a un bicchiere-amplificatore, ricorda il perché della scelta dell'"Anniversario", vincitore del Premio Strega 2025.
Il tema è presto dissotterrato: è possibile nascere, crescere, vivere in una famiglia di questo tipo? È possibile scapparne? Abbandonarla, dimenticarla: è possibile? O forse verosimile?
C'è chi non riesce a trattenere la rabbia provata, durante la lettura del libro, nei confronti di una madre che ha scelto (?) di rinunciare all'amore, oltre che al ruolo, materno; c'è chi, non senza tenerezza, intravede in quella rinuncia i segni di un passato che per questa donna non è mai veramente trascorso – e allora cerchiamo di ricostruire la sua storia, di ritrovare l'esatto momento in cui la "mamma del 1971" aveva smesso di essere un'entità autonoma: si risale al suo primissimo appuntamento con il futuro fidanzato e marito, si rabbrividisce un po' al ricordo di lei in affanno e con in mano la sveglia al posto dell'orologio al polso...
Uno dei punti cruciali del nostro confronto diventa il ruolo della famiglia, l'inquadramento di questo micro-istituto all'interno dell'altro grande istituto che è la società; ci chiediamo cosa condizioni chi e chi condizioni cosa; ci ritroviamo a ripercorrere un pezzo di storia dei diritti della donna, la sua emancipazione. Discutiamo di familismo, del potere delle relazioni familiari nella vita di ciascuno. Forse un po' timidamente ognuno di noi prova a fare qualche bilancio personale, tenta un confronto tra le pagine condivise e la propria storia.
Intanto fa capolino qualche sprazzo di sole palermitano, quello sì piuttosto mite, e allora ci spostiamo fuori, all'aperto: non proprio al caldo, tantomeno all'asciutto (il sole è mite ma non così intenso da far asciugare le sedie). Un po' inzuppati ma molto più illuminati, passiamo all'antropologia, al confronto tra famiglie svizzere e famiglie italiane, parliamo di famiglie nel bosco, di attualità, politica, di tradizioni locali in cui siamo cresciuti, abitudini di cui anche noi portiamo, più o meno consapevolmente, più o meno orgogliosamente, i segni.
Dovevamo trascorrere "l'ultimo quarto d'ora" al sole, invece è passata quasi un'altra ora intera senza che ce ne accorgessimo.
E no, per quanto deliziosi fossero, non è stato merito dei cioccolatini svizzeri né delle brioche.
"Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".
Una foto rubata prima di dimenticarcene, su quella soglia sottilissima che è il momento fra l'andare via e il voler restare per continuare a condividere, abbiamo la percezione che noi, oggi, un po' felici lo siamo stati. A modo nostro.