A febbraio ci siamo incontrati per parlare di Cassandra a Mogadiscio di Igiaba Scego.
Diciamo che c’è stata un’unanimità di pensiero.
L’autrice scrive bene, ma in modo confusionario e il nostro Massimo, che ha letto altro di lei, ci conferma che è il suo modo di scrivere.
Tema estremamente interessante di cui si parla anche poco. La guerra civile in Somalia negli anni ‘90, ma nel mezzo, come ricordi piuttosto confusi, la Scego ci parla molto anche della Somalia colonizzata dall’Italia e degli italiani in quella terra, anche quando sono tornati successivamente, dopo il fascismo, come amministratori fiduciari.
Insomma il libro è un continuo salto tra Roma, città natale della scrittrice, e Mogadiscio che rappresenta le sue origini, la sua famiglia. Molti salti anche temporali attraverso i ricordi della mamma ed episodi che riguardano la numerosa famiglia sparsa fra i cinque continenti. Sembra però non esserci un filo conduttore e nella confusione il libro diventa poco fruibile per il lettore che avrebbe preferito (almeno i lettori del nostro gruppo sicuramente sì) una storia raccontata per bene dall’inizio fino alla fine. La sensazione è di aver letto qualcosa di molto interessante, ma di averci capito poco.
La scrittura della Scego è guidata dal Jirro, la malattia, intesa come l’effetto delle ferite e del dolore, del trauma che si incarna e avvelena i corpi e disintegra le vite.
Forse proprio per questo le parole del romanzo sembrano un fiume in piena e mostrano ferite ancora non rimarginate.
Per capire con esattezza cos’è il Jirro che domina sin dall’inizio il romanzo non ci sono parole più adatte che quelle della stessa autrice: Jirro in somalo significa malattia, letteralmente è così, ogni vocabolario ti riporterà questa spiegazione, persino Google Translate. Ma Jirro è per noi una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l’inferno e il presente. Siamo esseri diasporici sospesi nel vento, sradicati da una dittatura ventennale, da una delle più devastanti guerre avvenute sul pianeta Terra e da un grosso traffico di armi che ha seppellito le nostre ossa, e quelle dei nostri antenati, sotto un cumulo di kalashnikov che dalla Transnistria sono sbarcati direttamente al porto di Mogadiscio. Per annientarci.
Un libro dal grandissimo potenziale che però non ha saputo conquistarci fino in fondo. Peccato.
MEMENTO AUDERE SEMPER