Ho letto questo racconto di Tolstoj grazie alla
recensione
di Bea e al suo consiglio nel topic della challenge.
Purtroppo ho fatto fatica a finirlo nonostante sia meno di 100 pagine perché l'ho trovato angoscioso e pesante per la tematica, e duro da digerire per la totale insensibilità di amici e parenti del protagonista. Gli ultimi capitoli sono davvero dolorosi, specialmente per chi ha vissuto direttamente una malattia debilitante o indirettamente una malattia mortale di un proprio caro e ancora ha ricordi vividi. Tolstoj indaga bene l'animo umano, talmente bene che il racconto mi ha davvero riempito di pena e tristezza perché non c'è niente di esagerato nel patimento provato da Ivan. Io stessa, che pure non ho mai avuto chissà che problemi di salute, mi sono ritrovata in qualche momento della mia vita in cui stavo male a fare dei discorsi quasi simili con me stessa.
Credo che la paura della morte sia fin troppo comune nell'essere umano, insomma la proviamo tutti ma solo quando ci troviamo catapultati nel confronto con essa a causa di un evento (malattia, morte di qualcuno, incidente, ecc.). Nessuna persona pensa mai che un giorno morirà, è sempre una cosa che accade agli altri... non perché si creda di essere immortali ma perché è sempre un evento "lontanissimo" e quindi "ci sarà tempo per pensarci" e questo causa poi uno shock nel momento in cui la vita ci chiede il conto. Forse, se pensassimo di più alla morte, sprecheremmo meno la vita, assaporeremmo di più i momenti belli e "vivi", ci batteremmo per vivere la vita secondo i nostri valori e le nostre credenze e non per fare un piacere altrui... perché poi si verifica un po' quello che è successo al protagonista: scoprire di aver vissuto una vita senza valori, senza senso, senza un qualcosa che abbia un vero significato per se stessi.
Ho trovato davvero terribile la freddezza della famiglia e degli amici, chi andava al ballo, chi pensava al posto che Ivan avrebbe lasciato vacante una volta morto... addirittura la moglie non ha neanche visto che il marito aveva un piede nella fossa, gliel'ha dovuto dire il fratello! No comment! Non salvo nemmeno i dottori. L'unico essere umano, nel vero senso del termine, è Gerasim che capisce benissimo la situazione mortale del suo padrone e cerca di essere presente e di alleviargli, con compassione, le sofferenze per quanto possibile.
Il racconto spinge molto a riflettere su queste tematiche che sì, non sono per niente felici, ma fanno parte della vita.
Ho letto "La morte di Ivan Il'ic" in edizione Adelphi che sinceramente non consiglio a nessuno perché la traduzione di Tommaso Landolfi mi è sembrata piuttosto arcaica (infatti è del 1948) e penso di aver faticato parecchio con la lettura anche per questa ragione.