Dopo aver letto "Lessico famigliare", in cui si delinea la figura di Pavese, e alcune sue poesie e lettere, ho deciso di leggere "La luna e i falò". Avevo letto "La casa in collina" qui sul forum (
www.ilclubdellibro.it/forum/19-contempor....html?start=30#51364
) e non mi era affatto piaciuto. Lo avevo trovato lento e ripetitivo.
"La luna e i falò" mi ha dato un'impressione migliore, anche se si conferma che il Pavese romanziere non mi colpisce particolarmente.
Si narra, in breve, di un orfano, cresciuto in povertà nelle campagne piemontesi, e poi scappato in America, dove si arricchì. Il romanzo racconta il suo ritorno nei luoghi dell'infanzia.
Pavese descrive in maniera secondo me molto efficace il rapporto tra le persone e il senso di radicamento nel paese in cui si cresce. In effetti la prima parte del libro è praticamente quasi esclusivamente incentrata su questo aspetto e dopo un po' il concetto mi è venuto a noia. Questa frase comunque sintetizza bene il suo punto di vista: "
un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella genete, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuoi, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".
La seconda parte, in cui sono descritte le vite di altre persone con cui il protagonista aveva avuto contatti nell'infanzia, è molto più interessante. Pavese ci mostra come in fondo gli esseri umani siano tutti uguali e indipendentemente dallo status sociale cerchino sempre qualcosa di più e di diverso da quello che hanno, con esiti spesso disastrosi. Pavese ha un particolare talento nel descrivere le miserie umane con un tono apparentemente distaccato (o "realistico"). La tragicità coinvolge tanto le famiglie contadine quanto quelle dei "padroni". Del resto, per Pavese la condizione umana è in fondo sempre uguale: "
tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. (...) La vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarò tutto passato".
Il fascismo e la guerra sono trattati quasi incidentalmente e a mio avviso non con spirito di parte, bensì come forme dell'esperienza umana e del male. Pavese certo non equipara fascisti e partigiani, ma tende a equiparare la violenza che ha connotato l'azione degli uni e degli altri.
Infine, una bella frase sulla lettura: "
sarai sempre un tapino se non leggi nei libri".