Letto due volte, una volta per iniziativa personale, un'altra per discuterlo in un gruppo di lettura. Penso che la grandezza del libro stia nella caratterizzazione, non tanto psicologica, ma proprio filosofica, del protagonista, che assume nella massima coerenza radicale l'idea dell' "Assurdo" dell'esistenza, l'irrilevanza di ogni valore, e dunque di ogni sentimento o motivazione in base a cui prendere attivamente posizione nei confronti di tutto ciò che accade. Da qui l'apatia, la passività del suo comportamento, che risulta strano, inconcepibile, scandaloso agli occhi di chi lo circonda, "straniero", per l'appunto. Non trovo, come si e' detto, che Mersault sia guidato dalla ragione, la ragione può guidare le azioni umane sempre come valutazione oggettiva dei mezzi più efficaci per raggiungere dei fini a cui sentimentalmente attribuiamo un certo valore positivo, se la carica sentimentale si esaurisce, anche la ragione si spegne, perche' le manca un qualunque orizzonte di fini in base a cui giudicare il modo più razionale scegliere i mezzi per raggiungerli... mi pare che ciò che davvero lo guidi sia la noia, intesa come totale indifferenza per ogni valore, morale o personale che sia, e di conseguenza, subentra, nel suo comportamento, una sorta di automatismo inconscio, istintuale, quasi "animale", perche' mancante di una vera e propria progettualità che definisce l'umano. C'e' però da dire che nel finale,
mostri un risveglio di autoconsapevolezza, di orgoglio, per la propria visione del mondo, che fa pensare al recupero di una qualche sensibilità valoriale, che nell'ottica di Camus, dovrebbe rappresentare, forse, in qualche modo l'auspicato passaggio dal "nichilismo passivo", accettazione statica e passiva dell'assurdo, che domina tutta la vicenda narrata, al"nichilismo attivo" dell'Uomo in rivolta", in cui l'assurdo viene fronteggiato cercando di rielaborarlo come occasione di creazione di nuovi valori e nuove motivazioni nell'impegno vitale.