Novel67 ha scritto: Terminato anch’io.
Più d’un lettore – tra quelli che han lasciato il proprio commento in rete - lo definisce romanzo d’amore, più o meno romantico e/o passionale. Qualcuno aggiunge anche l’immancabile aggettivo: “struggente”.
A mio avviso, nulla di tutto questo. Non l’amore, ma la solitudine – questa sì, angosciosa e disperata – è la protagonista assoluta di questo racconto. E ciò che viene scambiato per amore altro non è che desiderio - anzi, necessità - di avere qualcuno al proprio fianco. Capita così di scambiare per anima gemella quella che si trova in una situazione identica alla nostra: ma è davvero tutto qui, l’amore?
Devo ammettere che in questo caso (ma già era successo con L’uomo che guardava passare i treni) Simenon mi ha deluso, non essendo minimamente riuscito a coinvolgermi emotivamente. Se New York è “la più romantica delle città moderne”, come scritto sulla quarta di copertina, io ho recepito solo freddezza, e neppure la passione descritta ha saputo restituire un po’ di calore.
Una passione peraltro dettata da puro egoismo, dove l’altro riscuote importanza solo in relazione alle proprie esigenze e alle proprie paure. Mi son così ritrovato a pensare che fosse più invidiabile la sorte di quell'ebreo che se ne stava sempre chiuso nel proprio appartamento, rispetto a quella di chi - guardandolo - ne commiserava la solitudine, illudendosi d'aver trovato finalmente compagnia.
Anche per me Tre camere a Mannhattan è il più deludente insieme a L'uomo che guardava passare i treni (che tra l''altro, chissà dove lo avevamo commentato

).E mi ritrovo in ogni tua parola. Anche secondo me, come ho detto dall'inizio, non è condivisibile come Simenon incarni il concetto di amore e di aver trovato l'anima gemella in quello che in realtà è un bisogno disperato, e affrontato in modo non consapevole, di vincere la solitudine.
Mi è sembrato che la solitudine dei due protagonisti fosse determinata dalla meschinità di coloro che li circondano: l'ex-moglie di Combe, l'amante dell'ex-moglie, il marito di Kay, Laugier, ecc,,,
Secondo me questo è solo in parte vero: alla fine degli altri personaggi si sa ben poco e solo dal punto di vista dei due protagonisti, che è a mio parere falsato da questo bisogno di non voler vedere la loro vita per come è ed affrontarla, affrontano passivamente un giorno dopo l'altro aspettando che qualcosa sucedda (e per questo, è sufficiente un incontro in un bar). Quindi non riuscirei ad affermare che la solitudine dei protagonisti è i frutto dei comportamenti di coloro che stanno loro accanto. Anche il fatto che lei dimostri un interesse molto limitato a restare con la figlia mi fa dubitare della possibile meschinità del marito