SINOSSI

Con Stelle dissidenti, Luciano Tribisonda firma la sua raccolta più matura e consapevole, dove il verso si fa dimora delle ferite e dei ritorni, della perdita e della parola ritrovata. In un universo emotivo popolato da memorie familiari, città adottive e immagini concrete come il cibo, il corpo, la materia quotidiana, la poesia diventa un gesto di resistenza e cura. Accanto a testi civili come Thakla, struggente elegia per le madri palestinesi e a riletture intime di archetipi come Dante e Virgilio, emerge una voce che conosce le macerie dell’incertezza ma sceglie di cantarle. Una parola che inciampa, vacilla, si spezza, ma nel farlo illumina con delicatezza frammenti di senso e simmetrie possibili. Una raccolta profonda e necessaria che affida al lettore non risposte ma domande condivise, nella fragile fiducia che anche dalle fratture possa nascere un canto.

RECENSIONE

Ho trovato il titolo per caso, in una lista di libri orbitanti attorno al Premio Strega Poesia 2026, e devo dire che raramente un nome mi aveva suggerito tanto prima ancora della lettura: Stelle dissidenti. C'era in quella combinazione qualcosa di lievemente ruvido, quasi una promessa di disaccordo, di deviazione, che mi ha ricordato certe stagioni della mia giovinezza, quando la poesia cercava ancora di opporsi al mondo e non di accomodarsi in esso. Leggendo Luciano Tribisonda, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una voce che non ha fretta di convincere, ma piuttosto di restare. Una poesia che si deposita, come polvere sottile sulle cose della vita quotidiana: il cibo, il corpo, la memoria familiare. Non è un caso che le immagini gastronomiche – quelle tavole del Sud, cariche di pane, odori, gesti tramandati – tornino come un ritornello sommesso: non semplice nostalgia, ma tentativo di ricomporre una continuità interrotta. La materia quotidiana diventa qui un luogo di resistenza, un argine contro la dispersione del presente. Mi ha colpito, da lettore ormai disincantato, l'uso insistito ma mai ostentato dell'allitterazione: suoni che si rincorrono, si spezzano, si riprendono come un respiro irregolare. Non è musica fine a sé stessa, ma una sorta di balbettio consapevole, come se la parola dovesse continuamente riapprendere a dire. In questo senso, la lingua di Tribisonda non è levigata: "inciampa, vacilla" e proprio in questo inciampo trova una sua verità. C'è poi l'infanzia, ma non quella consolatoria. È un'infanzia che appare a tratti, come una fotografia ingiallita che non restituisce più certezze ma solo domande. Le radici, infatti, sono un tema centrale: radici perdute, certamente, ma anche, e qui sta il punto più interessante, radici ritrovate altrove, in città adottive, in legami nuovi, che però non danno stabilità. Sono radici provvisorie, quasi mobili, e proprio per questo più aderenti al nostro tempo inquieto. La raccolta si muove tra tensione civile ed esistenziale, dando voce a figure marginali, a presenze laterali che abitano i bordi della storia . Ma ciò che resta, almeno per me, non è tanto il messaggio quanto il tono: una sorta di pudore etico, un rifiuto dell'enfasi, che oggi appare quasi anacronistico.
Se devo essere franco – e alla mia età non vedo altra utilità nella lettura – Stelle dissidenti non è un libro che consola, è un libro che accompagna e nel farlo suggerisce una verità semplice e scomoda: che la gioia, quando si presenta, è spesso instabile, precaria, e proprio per questo degna di essere trattenuta con cura. Non so se questo basti per giustificare la sua presenza tra i libri orbitanti attorno allo Strega. Ma so che, tra molti titoli dimenticabili, questo ha avuto il merito raro di restarmi addosso, come certi odori d'infanzia che non si riescono più a nominare ma che continuano a definirci facendoci venire la pelle d'oca.

[RECENSIONE A CURA DI ANTONIO DI PASQUALE]

Autore Luciano Tribisonda
Editore Pequod
Pagine 69
Anno edizione 2026
Collana Rive
ISBN-10(13) 9788860684462
Prezzo di copertina 14,00 €
Categoria Altri generi