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Perché le storie sono fossili sepolti, frammenti di mondi altri che ti capitano tra le mani in modo imprevisto: la scrittura non è acqua sorgiva che zampilla dalla roccia, ma è impastata con il fango.

In principio fu il lontano 1974, quando tra le pagine di Carrie appariva il suo primo personaggio femminile, dinamico e imprevedibile; una personalità a tutto tondo, una storia d’impatto, un romanzo giovanile. La prima stagione dello stile kinghiano. Troppo reale per essere apprezzata dal lettore medio che vuole evadere dal mondo che lo circonda e poco narrativa per rapire la mente del bibliomane ossessivo. Una stagione diversaStagione di passaggio tra l’inverno e la primavera, tra la morte dell’oppressione adolescenziale – angosciante e terribilmente fastidiosa – e del fanatismo religioso – che ruba la bellezza di un Dio amore e rimanda un Dio giudice, severo e cattivo – e la rinascita alla vita adulta della protagonista, Carrie White. Una stagione che ricorda che si può sperare in un’eterna primavera. Sono passati quarantaquattro anni da quel suo primo romanzo, ma le tenebre che spesso avvolgono la vita nel loro bozzolo al vetriolo non sono cambiate. L’inverno non si trasforma, involve. Respira, ma non modifica il suo cammino. In On writing, King narra di scrittura e racconta sé stesso. Ed è proprio in questo libro che ritroviamo le diverse stagioni stilistiche del Re e come esse siano strettamente correlate a quelle della sua vita. Lo scrittore è colui che cattura i dettagli degli eventi e crea connessioni, perché non è la vita a essere di sostegno all’arte, ma viceversa. Tutto può diventare racconto. E King continua a dimostrarne la veridicità ai suoi accaniti lettori. Scrive per divertimento. Prende dei personaggi, li getta in pasto a una situazione intricata e li osserva mentre cercano di dimenarsi per uscirne vivi. Prima il contesto, poi i personaggi. L’estate kinghiana è torrida, puntellata di seducenti tentazioni ed esaltanti scoperte che stimolano la vanità di ognuno. Perché i temi cari a King possono essere richiesti al juke-box della Torre, nera come il jazz e commerciale come l’hair metal anni ottanta: il bullismo, l’eterna lotta tra bene e male, i pregiudizi che uccidono e la paura che fa solo 12:04 am. L’autunno è il Re senza terrore che regala sorrisi ai bambini ed esalta – come La fontana malata fa con la quotidianità – l’età dell’innocenza con una favola sull’importanza e sulla bellezza dell’amicizia: Charlie Ciu Ciu. Come sempre, King non crea storie “a caso” o “per istinto”, senza una qualche motivazione o un qualche interessante risvolto. Conditio sine qua non dello scrittore più amato del genere horror. In questa favola, lo scrittore si firma con lo pseudonimo di Beryl Evans, che gli appassionati di King ricorderanno come lo scrittore del quale, in Terre desolate, Jake Chamber ritrova un libro per ragazzi, intitolato, per l’appunto, Charlie Ciu-Ciu. King è lo scrittore della cronaca immaginata e anche se ha un word processor diarroico, è lo scrittore dell’essenzialità che ha fatto sua la regola aurea della narrativa di tutti i tempi: il cattivo deve morire. In narrativa, i concetti morali non esistono: l’eutanasia è la legge, non contro di essa. Nato a Portland il 21 settembre 1947, Stephen Edwin King è uno dei più celebri scrittori contemporanei dell’horror. Nonostante la genialità e la bravura che l’ha sempre contraddistinto, anch’egli è passato dalla stagione dei fallimenti e delle delusioni. La V stagione. Stagione intermedia, di sottostima e di forte rivalità[1], tanto da essere definito dalla critica letteraria il maestro della prosa post-alfabetizzata[2]. Sicuramente il suo grande talento ha giocato a suo favore fin dall’inizio, ma ha dovuto sgobbare parecchio prima di iniziare l’ascesa della narrativa contemporanea. Ne sono un esempio, i quattro romanzi scritti durante gli anni dell’adolescenza – tra i sedici e i vent’anni – che non sono mai stati pubblicati. Come fa notare lo stesso King in On writing, la scrittura è un duro lavoro di fino, meticoloso, che richiede pazienza ed esercitazione continua e pianificata. Per quanto riguarda premi letterari e riconoscimenti, ne ha vinti e ricevuti parecchi, ma mai abbastanza per uno scrittore del suo calibro. In questo documento trovate l'elenco completo in ordine alfabetico.

[1] Come fa notare MURAKAMI in Il mestiere dello scrittore (Einaudi, 2017), per sua natura, lo scrittore è una persona egoista, troppo orgogliosa e con un forte spirito di rivalità. Per poi continuare sottolineando che se si mettessero insieme due scrittori è più facile che non vadano d’accordo anziché il contrario.

[2] FLETCHER Joe, Stephen King: The Limits o Fear, in Knave, 1987.

(articolo a cura di Dot.Cromag)

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