Aggiungiamo un altro titolo:
«Scrittore di fama mondiale, russo di nascita, ortodosso per battesimo ed educazione, il conte Tolstoj, irretito dalla sua mente orgogliosa, è insorto con insolenza contro il Signore e contro il Cristo Suo e contro il Suo santo retaggio, apertamente ed innanzi a tutti egli ha rinnegato quella madre che l'aveva allevato ed educato, la Chiesa Ortodossa».
Così, nel febbraio 1901, il Santo Sinodo tuonò, scomunicando lo scrittore per il suo cristianesimo anarchico, disgiunto dai dogmi e dai riti della Chiesa ufficiale e ritenuto socialmente (e politicamente) pericoloso.
Avevo già accennato, commentando la Sonata a Kreutzer, alla cosiddetta “conversione ai Vangeli” di Tolstoj, frutto di una profonda crisi spirituale che portò lo scrittore a rinnegare tutta l’opera precedente per dedicarsi ad un nuovo tipo di letteratura d’impegno sociale, in cui l’etica avrebbe dovuto prevalere sull’estetica.
Resurrezione (1899) è forse il testo più emblematico di questo periodo e costituisce una denuncia delle condizioni di vita dei contadini e del sistema giuridico e carcerario, mentre sin dal titolo auspica una sorta di rinnovamento interiore ed una riscoperta del sentimento di amore e fratellanza che ponga fine ai pregiudizi di classe ed alla diseguaglianza sociale.
Ora, nonostante il lodevole intento, confesso che il romanzo non mi ha appassionato. Soprattutto perché di "romanzesco" v’è ben poco. La trama, che trae spunto da un fatto di cronaca misto ad elementi autobiografici, tiene avvinto il lettore giusto all’inizio, per poi trasformarsi in una sorta di “calvario” lungo 129 stazioni o capitoli che mettono a dura prova la resistenza non solo del protagonista.
A proposito: protagonista è il principe Nehljudov (che a me ha ricordato quel noioso di Pierre di Guerra e Pace), che casualmente si ritrova fra i giurati di un processo per furto ed omicidio in cui imputata principale è Ekaterina Màslova, una giovane servetta da lui stesso sedotta e abbandonata anni prima (in una notte di Pasqua) e divenuta poi una prostituta. Per errore la Màslova, innocente, viene condannata alla deportazione in Siberia, mentre il principe, colto improvvisamente dai ricordi e dai rimorsi, tenterà di riparare in ogni modo all’errore, fino a progettare di condividerne il destino.
Purtroppo il medesimo destino toccherà anche al lettore, che si ritroverà “imprigionato” in una serie infinita di casi esemplificativi atti a dimostrare – ripetutamente, semplicisticamente e persino un po’ ingenuamente - che il carcere equivale ad una inutile barbarie, anche perché i “cattivi” (i carcerieri) sono tutti in libertà e ad essere rinchiusi sono soltanto i “buoni” (i carcerati).
Insomma, pur riconoscendone i pregi, di quest'opera temo che infine emergano soprattutto i difetti, conditi da qualche sbadiglio. Voto: 5,5