Finito di leggere ieri notte. Il mio approccio a questo libro non è stato semplice. Iniziato nel settembre 1994, non sono stata in grado di portarlo a termine. Ripreso oggi per quella malsana idea (che poi tanto malsana non è), che se un libro è definito "capolavoro", non può non esserlo, posso finalmente dire, nel pieno della mia maturità, che questo romanzo non è nelle mie corde. L'ho trovato troppo lento, ci sono troppe descrizioni che in generale non amo particolarmente e troppe elucubrazioni mentali che mi innervosiscono.
Quante volte avrei voluto dire a Michele "Dai agisci, ce la puoi fare".
A parte la storia, non posso però non riconoscere la grandiosità di Moravia che appare in tutta la sua evidenza a soli 17 anni. La scrittura è di un'eleganza assoluta, con cui ha saputo rendere perfettamente il sentimento di indifferenza che pervade i protagonisti del romanzo. Ci sono pagine di assoluta bellezza e il continuo susseguirsi tra il detto e il non detto sottolinea l'ipocrisia dei personaggi. Michele, Carla, Mariagrazia, Lisa e Leo non esternano mai ciò che pensano ed è inutile dire che il pensiero è sempre più vero e interessante delle parole. Se dicessero quello che pensano, le vite dei personaggi del romanzo cambierebbero, ma non lo fanno, per indifferenza, ma anche per paura di mutare una situazione certa anche se squallida.
Moravia ci insegna quanto male può fare l'indifferenza, non solo all'altro, ma anche a noi stessi, ci rende persone peggiori, incoerenti. Michele soffre per questo, "prova un intollerabile disgusto di questa sua versatile indifferenza che gli permetteva di cambiare ogni giorno, come altri il vestito, le proprie idee e i propri atteggiamenti".
L'unico personaggio che ho amato è la madre, Mariagrazia, patetica ma viva nei sentimenti. Mi rimane il desiderio, che non potrò mai soddisfare, di conoscere la sua reazione (che immagino teatrale) alla scelta finale di Leo e Carla, che non svelo altrimenti spoiler puro.
MEMENTO AUDERE SEMPER