Qualche giorno fa ho concluso la lettura de Gli indifferenti, di A. Moravia, pubblicato nel 1929 e dunque in piena epoca fascista. Dettaglio non trascurabile, se consideriamo che la borghesia decadente, oggetto di critica del libro, è la stessa che aveva sostenuto l’ascesa di Mussolini.
Per un commento, rimando sostanzialmente alla recensione di Anna96, dalla quale tuttavia mi discosto nell’asserzione secondo la quale i protagonisti “agiscono inseguendo il miraggio di "una nuova vita" ponendo in essere delle azioni che però non fanno altro che trascinarli sempre più a fondo nella grettezza e nello squallore delle loro esistenze”.
In realtà gli indifferenti del romanzo sono tali anche – e soprattutto – perché non agiscono. Pur presentendone l’impossibilità, essi vagheggiano sì un cambiamento, ma non hanno né la forza, né la volontà, per inseguirlo e per raggiungerlo. Piuttosto, si limitano a subire ciò che il destino loro riserva: ed è in personaggi ormai privi d’ideali ed assuefatti allo stato delle cose che possiamo scorgere una velata critica alla dittatura.
Ma non è il risvolto politico, il campo d’indagine di Moravia, bensì quella psicologico. Concepito come un’opera teatrale (per ambientazione, numero ristretto di personaggi e tempo d’azione limitato), Gli Indifferenti sono caratterizzati da uno stile asciutto e preciso, atto tanto a descrivere gli oggetti esteriori quanto le riflessioni interiori. Eppure - nonostante la nitidezza della descrizione - queste pagine restano come avvolte in una annebbiata atmosfera - fatta di luci soffuse, polverosi drappeggi e denso fumo di sigarette - in cui si muovono personaggi senza colore ed in cui anche noi lettori finiamo per rimanere invischiati. Fino a riemergere, girata l’ultima pagina, con lo stesso angosciato desiderio dei giovani protagonisti del libro: quello di prendere finalmente una boccata d’aria pura.
Di Moravia credo che leggerò altro: questo esordio mi è piaciuto.