davpal3 ha scritto:
Federico ha scritto: Anche io l'inizio in settimana, nel frattempo Davide sono costretto ad ignorarti!
Nessun problema.
Sono perfettamente in grado di alimentare una polemica "tra me e il sottoscritto" (semicit.) 
Ahahah Davide occhio che il limite tra l’autopolemica e la farneticazione è davvero sottile!
Quindi, per preservare (o aggravare?) la tua immagino ormai precaria salute mentale ho iniziato il libro.
Commento dopo i primi due capitoli.
Il libro mi sta piacendo così tanto che dopo solo una ventina di pagine ho un incontrollabile impulso a commentarlo.
Credo che si debba affrontare questo romanzo come si beve un tè in una giornata invernale: a leggerlo troppo alla volta ci si scotta, se letto a piccoli sorsi scalda e stimola mente e animo.
E’ un libro molto pregno perché la scrittura è estremamente essenziale. Pavese riesce a descrivere la poesia delle piccole cose e dei piccoli gesti, gli altri e il paesaggio sia esteriore che interiore con un'ammirevole economia di parole.
Molto introspettivo, il protagonista dopo poche pagine sembra già delineato: isolato per attitudine e non per necessità, quasi gode nel trovare che anche gli altri siano costretti a rifugiarsi, così da non dover giustificare la sua stravaganza. E' un diverso, e in parte compiange e in parte si compiace di questa distanza tra sé e gli altri. Allo stesso tempo ammira e disprezza la rozza e gioviale semplicità contadina. Continuamente paragona il sé ragazzo, aperto, illuso, avventuroso, cittadino che attendeva di vivere la vita, al sé adulto, chiuso, disilluso, solitario, malinconico, campagnolo a cui la vita sembra ormai passata e che ha perciò perso ogni speranza nel e propensione al futuro. Questo contrasto tra i due sé mi ha fatto venire in mente la canzone
Un giorno dopo l’altro di Luigi Tenco.
Sono molto curioso di continuare, è da tempo che un libro non mi prende così bene.