"Come tutti i libri veramente comici, 'Tre uomini in barca' è un libro sostanzialmente inutile e che non vuole 'insegnare' niente di niente; ed è bello per questo".
Partirei da questa acuta riflessione di Francesco Piccolo (tratta dell'Introduzione dell'edizione Feltrinelli) per inquadrare un aspetto dell'opera di Jerome che mi pare essenziale: la satira sociale non si pone scopi pratici, non insegue obiettivi programmatici, non serve (ma nemmeno è serva) a nulla che vada al di là dell'assunzione di un punto di vista comicamente critico. L'ipocondria assurda di J. (descritta in apertura e divenuta una delle pagine più celebri del romanzo), o la lotta titanica del cane Montmorency con il bollitore, oppure ancora lo scherno che inesorabilmente colpisce la megalomania dei pescatori nella scena della locanda di Wallingford, sono tutti elementi digressivi rispetto ad una trama di per sé molto semplice (tre amici decidono di fare una gita sul Tamigi, e la fanno), che non ha alcuna pretesa formativa né tantomeno didascalica. Se l'umorismo è la capacità di cogliere con arguzia l'aspetto divertente delle cose e delle vicende umane, possiamo considerare Jerome un maestro. La freddura sulle suocere ("ogni medaglia ha il suo rovescio, come disse quell'uomo a cui presentarono le spese del funerale della suocera"), per dirne una, resta probabilmente un insuperato esempio di black humour. E che dire dell'esilarante battuta di J. sul lavoro, genialmente basata sul principio dell'anticlimax? Ripresa di recente in uno sketch con protagonista Nino Frassica, essa sola vale il prezzo d'acquisto del libro: "Il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmene seduto a guardarlo per ore".
Gli esempi potrebbero continuare, ma il senso non cambierebbe. Jerome vuole farci ridere della vita, delle sue stranezze e delle piccole debolezze. Cos'è in fondo la gita in barca se non una metafora dell'umana esistenza? Significativamente, solo Montmorency è contrario all'avventura sul Tamigi: il suo è il punto di vista straniante di un cane antropomorfo che sembra creato apposta per impedire agli uomini di prendersi troppo sul serio. Ma se la vita è una gita sul fiume con l'imprevisto sempre dietro l'angolo, se di tutto si deve ridere perché, in fondo, è il solo modo sano di stare al mondo, non bisogna restare ciechi di fronte alle sfumature tragiche di una narrazione che anticipa il nichilismo e l'alienazione dell'uomo nella moderna società contemporanea (si veda, in particolare, la scena della stazione di Waterloo, in cui nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori, ha la minima idea riguardo alla destinazione e agli orari dei treni). Detto altrimenti, il riso non va confuso con la leggerezza. Perché per ridere davvero, bisogna prima saper pensare.