Riporto un affermazione di Primo Levi:
"Lo dico con esitazione, perché non vorrei passare per un cinico: nel ricordare il Lager oggi non provo più alcuna emozione violenta o dolorosa. Al contrario: alla mia esperienza breve e tragica di deportato si è sovrapposta quella molta più lunga e complessa di scrittore-testimone e la somma é nettamente positiva; nella sua globalità, questo passato mi ha reso più ricco e più sicuro. Io credo di poter dire che vivendo e poi scrivendo e meditando quegli avvenimenti, ho imparato molte cose sugli uomini e sul mondo.
Il fatto che io sia sopravvissuto e sia ritornato indenne, secondo me é dovuto principalmente alla fortuna. Forse mi ha aiutato anche il mio interesse, mai venuto meno, per l'animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere , ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportato. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose, e di sottrarmi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale."
Un ragionamento molto razionale, conquistato, che fa pensare che abbia trovato il modo di convivere con i suoi fantasmi e andare avanti per non soccombere e dar vittoria ai nazifascisti e per rispetto alla vita stessa e a quelli che vorrebbero esserci e ingiustamente non ci sono.
Penso anche io che sia così. In molti dubitarono del suo suicidio.
Tuttavia la psiche umana é spesso insondabile e i motivi che possono spingere al suicidio sono molteplici e incomprensibili tal volta.
Ho notato anch'io che il tono di Levi cambia nuovamente nelle sue ultime poesie, si percepisce tutta la stanchezza e inizia a congedarsi come per paura di non averne il tempo.
Ad ogni modo, che si sia suicidato oppure no, questo non cambia chi é stato come uomo e come artista. Conta che abbia trovato la forza per sperare e sopravvivere, che sia rimasto ancorato a se stesso, conta che abbia affrontato i suoi demoni e di essi abbia raccontato permettendoci di giudicare i fatti, conoscerli e poter imparare. Infine conta che dopotutto sia riuscito a scrivere anche ed ancora del bello che abita il mondo.
“Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la
consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso.”
(Francesco Petrarca)