Ho finito di leggerlo domenica e l'ho trovato molto bello. Mi sono rivista in tante cose della protagonista, non so quante frasi ho sottolineato (tra cui molte evidenziate anche da voi).
Mi è piaciuto molto il modo in cui l'autore tratta argomenti seri e importanti, sulla carta dovrebbero essere pesanti e impegnativi ma lui li rende delicati. L'ansia penso sia provata da tutti oggi come oggi perché la società occidentale ci vuole sempre scattanti e performanti, prima o poi arriva il punto in cui arranchiamo e non riusciamo a tenere quel passo e lì si insinua l'ansia di non farcela (iniziamo già a scuola!), di non essere abbastanza bravi/belli/intelligenti/magri/alti/prestanti/ecc. Dolore, tristezza e senso di vuoto li ho sperimentati anche io a seguito di un lutto molto importante e, sebbene poi mi sia ripresa da sola dopo qualche mese mettendomi di impegno per superare questo momento della mia vita, per me era difficile pure alzarmi dal letto e andare a lavoro. E, confesso, in alcuni momenti di sconforto o di rabbia (in vari anni), alcune volte ho pensato "e se non ci fossi più, non sarebbe meglio per tutti?" esattamente come Nora. Io mi sono limitata solo al pensiero e poi ho buttato tutto giù sul diario, di fatto scaricandomi e svuotandomi di queste emozioni, ma comprendo come sia facile sguazzare in certi buchi neri e poi venirne risucchiati.
E poi ci sono i rimpianti. Chi non ha rimpianti? Chi non si fa schiacciare da essi? L'idea di una biblioteca che ti fa vivere delle vite parallele è bella, ma alla fine ciò che conta non è la vita in sé ma come tu ti approcci alla vita che hai. Ognuno è artefice della propria felicità, bisogna cambiare punto di vista, fare qualche modifica (anche piccola) che ci permette di guardare le cose da un'altra prospettiva e che ci apra la mente. Insomma, come direbbe Silente "La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce".
Comunque, il finale era citofonato, cioè dopo tutte queste vite, spiegazioni, ecc., era inevitabile tornasse alla sua realtà però, in un certo qual modo, ha senso e non è scontato né banale. Da un lato avrei preferito la vita con Ash e la bambina ma, a ben guardare, a parte la "stranezza" che la stessa Nora provava, questo finale avrebbe vanificato tutto il discorso che Matt Haig ci fa nel corso del libro: avrebbe significato scappare, rifugiarsi altrove, invece di vivere la propria vita.
Personalmente ho apprezzato un paio di richiami alla filosofia (sebbene io non l'abbia studiata a scuola), ho capito pochissimo il discorso della fisica quantistica, ma mi è piaciuto moltissimo il discorso sul pedone degli scacchi! Non sono mancati neanche i piantini... penso che leggerò altro di questo autore.
Molto bello poi leggere tutte le vostre considerazioni nel libro e vedere i disegni