Il 18 aprile il gruppo di lettura di Monza si è incontrato per discutere di
Kafka sulla spiaggia.
Più che acceso, è stato un confronto segnato da un diffuso senso di confusione: molte di noi si sono ritrovate a navigare tra le pagine con la sensazione di aver perso qualche coordinata lungo il percorso.
Claudia, che aveva proposto
il libro, ha aperto la discussione ammettendo di aver dovuto fare delle ricerche per dare un senso al romanzo. Ha dichiarato ufficialmente che la sua storia con Murakami si chiude qui: troppo onirico, troppo inconscio, troppi giri per arrivare alla fine a parlare di una storia sul complesso di Edipo. Inoltre, non ha perdonato all’autore la scena nelle prime 200 pagine che coinvolge i gatti, trovata disturbante e difficile da accettare.
Maria e Carla non hanno terminato il libro, quindi Antonella e Claudia si sono cimentate in un riassunto delle ultime 300 pagine. Maria, con un’espressione piuttosto perplessa, ha comunque deciso di proseguire l’ascolto, anche se ha già anticipato che probabilmente la sua esperienza con Murakami resterà un caso isolato.
È emerso inoltre come il protagonista quindicenne sia stato, per molte, l’elemento più difficile da digerire: i suoi comportamenti hanno suscitato disagio e, in più punti, le parti a lui dedicate sono risultate meno coinvolgenti, a tratti persino noiose. Il suo percorso di scoperta dell’identità è stato percepito come portato all’estremo, rendendo il personaggio poco empatico e, per alcune, apertamente antipatico.
Giovanna, solitamente tra le più loquaci, questa volta è stata lapidaria:
“guai a chi propone un altro Murakami”.
Nonostante le reazioni contrastanti, il gruppo si è trovato sorprendentemente d’accordo su alcuni punti: Murakami scrive bene, i personaggi sono originali e memorabili, e molti dialoghi sono stati apprezzati. In particolare, sono stati citati i dialoghi tra Oshima e Kafka e quelli tra Hoshino e Nakata, tra i momenti più riusciti del romanzo.
A me, il libro ha ricordato le atmosfere dei film di David Lynch, dove l’onirico e l’inconscio non sono elementi accessori ma la chiave stessa di lettura. Personalmente, l’ho apprezzato, probabilmente non era il momento giusto per leggerlo, ma ne ho riconosciuto il valore. È uno di quei libri che non si lasciano “capire” facilmente e che forse non vogliono nemmeno essere capiti fino in fondo. Più che una storia lineare, è un’esperienza, a tratti spiazzante, a tratti ipnotica, capace però di lasciare qualcosa anche quando non si riesce a razionalizzarla completamente.
Per il prossimo appuntamento leggeremo
Cosmetica del nemico. E, visto che fino all’ultimo
Genie la matta è stato molto votato, chi vorrà potrà leggerlo come proposta parallela.
Vediamo se il prossimo incontro ci rimetterà tutti d’accordo… o se resteremo ancora un po’ sospesi tra realtà e sogno.