"Via dalla pazza folla" di Thomas Hardy è un romanzo che, in un certo senso, dà l'impressione di interrogarsi su se stesso e sullo scopo ultimo della letteratura. In un mondo dominato da una natura imprevedibile, capricciosa e quasi leopardiana, dove approda e, in definitiva, a che serve l'indagine romanzesca? Se l'uomo è costantemente in balia di forze esterne incontrollabili, cosa ne è della sua indipendenza e, in ultimo, della sua libertà.Nel romanzo la natura è una seconda protagonista a tutti gli effetti, sempre pronta a manifestarsi sotto forma di disgrazie o pericoli. Gabriel Oak, la sola reale figura maschile positiva dell'intera vicenda, incarna una sorta di morale manzoniana della pia rassegnazione, della costanza, dell'impegno a dispetto di tutto e tutti: e questo - lascia intendere Hardy - perché ha ben compreso che l'uomo non è altro che la piccolissima parte di un tutto incommensurabile.Di contro, gli altri personaggi maschili mettono in scena la mentalità tipicamente vittoriana dell'uomo facoltoso ancorato alla cultura patriarcale (Boldwood), e il fascino perverso e distruttivo dell'Übermensch in perenne lotta spirituale contro la mediocrità (Troy). Tra i tre, come in una danza che si perpetua sullo sfondo di una natura indifferente ed immutabile, vediamo emergere la figura dominante di Batsceba, con la forza del suo anticonformismo. Hardy delinea un personaggio estremamente complesso, ribelle e geloso della propria indipendenza, funzionale alla presa di posizione contro gli stereotipi maschilisti tipicamente borghesi di fine Ottocento. Eppure, ad un osservatore più attento non può sfuggire un'aporia che impedisce di cogliere nella rappresentazione di Batsceba una chiara denuncia delle ipocrisie vittoriane, da un lato derise, ma dall'altro di fatto perpetuate nel momento in cui la voce narrante lascia chiaramente intuire che le virtù della protagonista siano da intendersi come tali proprio nella misura in cui esse si discostano dall'archetipo - dato implicitamente per scontato - della donna frivola e preda inerme delle proprie passioni.Stride inoltre con le premesse del romanzo un lieto fine - forse, si legge, imposto dall'edirore - che ha il sapore di un accomodamento forzato. Batsceba premia la costanza e la devozione di Gabriel (invero piuttosto irrealistiche) con un matrimonio che non ha nulla di autenticamente sentimentale, bensì si configura come la logica conclusione di un percorso che concilia reciproci interessi, in un quadro dominato dall'affetto più che dall'amore.Si ha la sensazione, in definitiva, che "Via dalla pazza folla" lasci qualcosa in sospeso. A Batsceba manca lo strappo definitivo, evidente anche nella descrizione della sua bellezza come fattore di turbamento, come se in definitiva proprio ad essa fossero attribuibili - a mo' di scusante per la goffaggine maschile - i principali inconvenienti che alimentano la trama. E il romanzo - calato nel contesto della crisi di identità culturale di fine XIX secolo - ne risente in termini di piena credibilità. Resta ad ogni modo il valore indiscutibile dell'interrogativo di fondo sulla questione femminile, sul matrimonio come istituzione rigidamente convenzionale e su una società in trasformazione. Hardy vive evidentemente con angoscia il tramonto della civiltà contadina e l'incombere distruttivo della modernità industriale. Valori secolari si sgretolano, nel bene e nel male, ed è complicato stabilire quanto ciò che si perde sia compensato da ciò che si guadagna in termini di emancipazione e libertà individuali. Batsceba si colloca perciò a cavallo tra due epoche: è un personaggio di transizione, contraddittorio nella misura in cui lo stesso Hardy pare disorientato dinanzi al cambiamento. "Via dalla pazza folla" - titolo che si configura come grido di allarme - pone un problema drammatico: dopo secoli di tradizioni cicliche e pressoché immutabili, l'avvento dell'era della tecnica e delle macchine minaccia di spazzare via tutto nel giro di una generazione. La folla è "pazza", ossia disorientata. Ma non esiste un "via" rassicurante, un Dorset idealizzato come mitologico Wessex in grado di reggere l'urto del cambiamento. Batsceba e Oak, come la ginestra leopardiana, si uniscono per provare a resistere, dopo essersi scottati per avere cavalcato le prospettive seducenti della modernità (indipendenza e promozione sociale). Ma nel loro (solo apparente) lieto fine matrimoniale non si può scorgere altro che mesta rassegnazione. La "folla" prima o poi arriverà, e travolgerà ogni cosa.