Giovedì, 01 Gennaio 2026

"La città dei vivi" di Nicola Lagioia

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05/03/2021 12:09 - 05/03/2021 12:15 #51292 da Federico
Risposta da Federico al topic "La città dei vivi" di Nicola Lagioia
Ho proseguito con la lettura che mi ha preso sempre più, tanto che ho dovuto iniziare il libro del mese per poter rallentare la corsa. @Fra, come sei messa?

Come preventivato, il libro si è concentrato sempre di più sui protagonisti della vicenda, sullo sfondo una città che sembra spingere le persone a un egoistico cinismo.

Cosa accomuna i personaggi?
Manuel, Marco e Luca vengono da famiglie e zone di Roma differenti, hanno percorsi educativi diversi ma sono tutti e tre inconcludenti. Non hanno terminato i rispettivi studi, non hanno lavori che li renda indipendenti. I primi due vivono alle spalle della famiglia, il terzo invece si deve prostituire per poter tirare avanti, sperperando i pochi guadagni in slot e coca.
Tutti e tre vivono un gran vuoto nichilista che riempiono con l'alcol, la droga e i festini. La loro vita non ha un senso, una direzione. Allora bisogna stordirsi, evadere da una realtà in cui non riescono ad integrarsi.
Questa evasione non è solo divertimento ma è molto più profonda: tutti e tre vivono vite parallele, nascondendo grandi lati di sé ai famigliari e alle persone che li circondano, come se si vergognassero di mostrarsi per quel che davvero sono. Marco è un esibizionista ma non mostra il vero sé, credo che il suo atteggiamento sia simboleggiato dal suo parrucchino. Ogni volta che si apre, lo fa per manipolare gli altri, non per davvero rivelarsi. Luca ha nascosto la sua vita parallela persino alla persona con cui è cresciuto, la sua unica fidanzata, la quale non riesce ad accettare, perché proprio non può farlo, la sua doppia vita. Manuel invece non recita come gli altri due, ma si tiene tutto per sé, chiuso ermeticamente, per cui anche lui non riesce ad essere completamente onesto con gli altri.

Tutti e tre hanno chiaramente sogni irrealizzabili: Marco vorrebbe essere donna ma è uomo, vorrebbe essere nel giro dei VIP, ossia vorrebbe essere VIP, organizzando eventi. Manuel vorrebbe fare il botto con un'app che è concreta solo nella sua testa. Luca cerca di uscire dalla sua condizione di povertà giocando alle slot machines. Sembra che tutti e tre abbiano perso contatto con la realtà, che vivano in un mondo immaginato, di fantasia.

Dei tre, quello che mi incuriosisce di più è pure quello con cui riesco di meno ad empatizzare, ossia Marco: un vero narcisista che usa ogni sua abilità, sesso incluso, per manipolare gli altri. E' lui il vero motore della storia, senza di lui Manuel se ne sarebbe stato al suo posto e Luca pure.

Mi è piaciuto come Lagioia abbia parlato anche di come i media e le persone si siano accanite sulla storia, su come ci si sia concentrati sull'omosessualità o meno di Manuel e Luca, su come anche i figli di papà radical chic che pretendono di dare lezioni di moralità al mondo commettano i crimini più efferati: queste sono le motivazioni di base che hanno spinto i vari haters a tirare fango sulla vicenda e sui suoi protagonisti.
Il quadro che ne esce è sconfortante. Perché ci si accanisce così tanto? Si pensa davvero di rendere il mondo migliore insultando online? Quali sono le spinte interiori che portano alcune persone a reagire in questo modo?
Eppure, queste sono pulsioni che in gradi differenti abbiamo tutti. La differenza sta nel saperle controllare e inquadrare in un discorso razionale coerente.
Lagioia sembra dare la colpa alla società, alla città:
Vivevamo in una città in cui reagire alle tragedie a colpi d’astio era un sistema per non soccombere. Ci gonfiavamo di cinismo per sopravvivere al cinismo che a Roma era la prima lezione di vita.

E' forse autodifesa:
Pur non sapendo niente di Luca davano per scontato che si prostituisse, pensai, e nonostante questo fosse ininfluente sul piano morale rispetto all’accaduto, si sforzavano di attribuirgli un valore discriminante: usavano la riprovazione per nascondere la propria personale caccia al debole. A questo si aggiungeva il fatto che imputare l’omicidio alla prostituzione e non al caso li faceva sentire al sicuro. Non potrebbe mai accadere a me, pensavano.

La parte terza mi ha interessato particolarmente: è un lungo elenco di descrizioni dei protagonisti da parte dei loro amici più stretti. Mi ha aiutato tanto a comprendere come ognuno ci veda in maniera differente. Mi ha ricordato il Citizen Kane di Orson Welles.
Ultima Modifica 05/03/2021 12:15 da Federico.

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05/03/2021 16:18 #51298 da nautilus
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@Fede sono messa malissimo, causa lavoro sto leggendo veramente poco. Spero di rifarmi nel fine settimana.
Che bel commento il tuo e quanti spunti di riflessione.

Manuel, Marco e Luca vengono da famiglie e zone di Roma differenti, hanno percorsi educativi diversi ma sono tutti e tre inconcludenti. Non hanno terminato i rispettivi studi, non hanno lavori che li renda indipendenti. I primi due vivono alle spalle della famiglia, il terzo invece si deve prostituire per poter tirare avanti, sperperando i pochi guadagni in slot e coca.

Da quello che scrivi i protagonisti sembrano ragazzi senza un vero obiettivo, non vedono il traguardo e quindi non riescono neanche a delineare il percorso da intraprendere. Su questo spesso mi interrogo e mi chiedo perchè molti ragazzi non riescano a contrentrarsi o comunque ad ipotizzare un progetto da perseguire. Di chi è la colpa? E' una questione di carattere? Di educazione? D'istruzione? Di ambizione? Di contesto sociale? Non so rispondere, posso dire che però molte volte nei ragazzi vedo la mancanza di quella che io chiamo "fame" di arrivare, di farcela. Manuel, Marco e Luca sono dei ragazzi come tanti, che vorrebbero svoltare la loro vita ma senza sacrificarsi veramente. Forse il punto è proprio questo, credere che si possa diventare grandi, autonomi, economicamente agiati senza faticare troppo. Così non è e forse dovremmo farglielo capire meglio ai giovani che senza sacrificio si ottiene poco e che i falsi miti, che tanto ammirano, se è vero che ce l'hanno fatta facilmente (tutto da dimostrare), rappresentano una percentuale piccolissima su un'enorme moltitudine che ce la fa sacrificandosi.

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07/03/2021 09:13 #51325 da nautilus
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Ho terminato la prima parte che possiamo sintetizzare nella presentazione dei tre protagonisti della storia.
Questo è un libro che non si legge a cuor leggero e in me genera malessere. Ciò che appare quasi mai è la verità.
... i figli si denudano mentendo spudoratamente, i genitori distolgono lo sguardo da quelle menzogne nascoste così male...
Dei tre ragazzi quello che mi incuriosisce di più è Luca Varani, la vittima, mi sembra il più inaspettato.

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07/03/2021 20:13 #51342 da nautilus
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Terminata la seconda parte.
@Fede a me sembra che Lagioia abbia cambiato registro. In questa parte ha messo del personale, ha parlato di sé.
L’autore si interroga e porta ad interrogarci
Quanto bisogna riflettere su ciò che sappiamo di non sapere delle persone che amiamo? E se anche fosse possibile sapere tutto su di loro, sarebbe giusto?
Leggendo questa storia più che pensare ai protagonisti mi viene da pensare alle famiglie coinvolte. Alla loro presa di coscienza di non sapere nulla dei propri figli. Gli assassini hanno ucciso senza un apparente movente, entrambi però rivendicano la mancanza di amore, Manuel Foffo del padre, Marco Prato della madre. Si può imputare un omicidio efferato alla (presunta) mancanza di amore di un genitore?
Il binomio genitore-figlio per me dovrebbe evocare sempre qualcosa di positivo, qualcosa che genera bene. Invece da ultimo incappo in letture in cui il rapporto genitore-figlio pare essere l’origine di tutti i mali. Nel caso di specie mi sembra essere più un capro espiatorio di due ragazzi che appaiono persi, insicuri, falliti, vittime della società. Eppure agli inquirenti Manuel Foffo invece di parlare dell’omicidio di un ragazzo di cui non conosceva neanche il nome, ha espresso tutta la sua rabbia nei confronti del padre che pare gli abbia imposto la facoltà di giurisprudenza mentre lui voleva fare economia. Marco Prato, che invece voleva nascere donna, dichiara di aver sofferto il fatto che la madre si sia interessata di più a sua sorella malata. Basta così poco per destabilizzare un individuo? Per renderlo così fragile e farlo cedere al male?
Più lo leggo e più diventa inquietante questo libro.

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08/03/2021 09:27 - 08/03/2021 09:28 #51346 da Federico
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Sì, Lagioia entra spesso nel personale, per farci capire perché sia stato così coinvolto dalla vicenda, e credo anche per farci capire che i Foffo e i Prato non sono mostri selvaggi, ma che anche in ognuno di noi vi siano degli istinti, dei comportamenti sbagliati, che dobbiamo controllare con la ragione.

Il figlio che punta il dito sul padre c'è sempre stato nella storia dell'uomo. La cultura occidentale almeno è piena di esempi di questo genere, sin dagli albori, dalle tragedie greche e dalla Bibbia. Così come è stato spesso narrato anche il contrario, ossia come le colpe dei padri siano ricadute sui figli innocenti.
La cosa interessante è che non sembra esservi scappatoia, come ci mostrano le storie di Manuel e Marco: il primo imputa le sue responsabilità a un padre che si impone su di lui, il secondo per il motivo opposto, perché un padre libertario gli faceva fare quello che voleva. Il primo si trasforma in un represso, il secondo in un egocentrico. Come si fa, si fa male.
Le madri sono entrambe ai margini di questa storia, di quella di Manuel praticamente non si sa nulla, di quella di Marco solo che ha opposto grandi resistenze alla sua omosessualità. Le madri sono le grandi assenti di questo libro.

Mi ha sorpreso meno il leggere di come le persone più vicine ai tre ragazzi non abbiano avuto il minimo sospetto di cosa potessero nascondere. Io ho avuto due genitori chiusi mentalmente, soprattutto mia madre è una persona molto oppressiva, cerca sempre di imporre agli altri le sue decisioni. Il risultato è che dai 14/15 anni in poi io ho smesso di ascoltarla e continuavo a fare tutto quello che volevo, senza raccontarle nulla, per cui lei ora ha un'idea estremamente vaga di chi io sia diventato. La comunicazione tra noi è saltata e non è più stata possibile.
Inoltre, ho lavorato per tanti anni come barista la notte e ne ho davvero viste di tutti i colori. Ci sono coppie che stanno ancora insieme, che hanno anche figli, che all'insaputa uno dell'altra ne han fatte di ogni.
E' impossibile conoscere davvero chi ti sta accanto, a meno che le due persone non siano disposte ad accettarsi senza giudicarsi, quindi ad aprirsi completamente e onestamente. Ciò è forse fattibile per certi periodi di tempo, ma non nel lungo termine.
Ultima Modifica 08/03/2021 09:28 da Federico.

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08/03/2021 10:27 #51348 da nautilus
Risposta da nautilus al topic "La città dei vivi" di Nicola Lagioia

Federico ha scritto: Sì, Lagioia entra spesso nel personale, per farci capire perché sia stato così coinvolto dalla vicenda, e credo anche per farci capire che i Foffo e i Prato non sono mostri selvaggi, ma che anche in ognuno di noi vi siano degli istinti, dei comportamenti sbagliati, che dobbiamo controllare con la ragione.

Sono d'accordo con te. Questo concetto della forza di volontà e della ragione che controllano l'istinto è ben espresso nella seconda parte, nel colloquio con il collonnello Donnarumma. Credo che il controllo su noi stessi sia l'unica soluzione possibile per non far trabordare il lato oscuro che abbiamo.
A me fa molta tenerezza Marta Gaia, la fidanzata di Luca. Mi chiedo come possa dopo questa esperienza aver fiducia nell'altro, tornare ad amare senza mai avere sospetti.
Qualsiasi rapporto dovrebbe basarsi sulla fiducia, nessuno dovrebbe mai esercitare il controllo sull'altro, credo però che bisognerebbe essere più attenti ai campanelli d'allarme che suonano e che spesso non ascoltiamo.
Nei rapporti d'amore appena sorgono sospetti sarei per lasciare andare, piuttosto che controllare. Tanto è inutile, con il controllo si innesca un meccanismo di malessere nella coppia.
Nel rapporto tra genitore-figlio, però, di fronte al sospetto che qualcosa non vada, come fai a lasciare andare? E' vero, un genitore può diventare oppressivo, ma se i campanelli sono molteplici non puoi far finta di niente.

La cosa interessante è che non sembra esservi scappatoia, come ci mostrano le storie di Manuel e Marco: il primo imputa le sue responsabilità a un padre che si impone su di lui, il secondo per il motivo opposto, perché un padre libertario gli faceva fare quello che voleva. Il primo si trasforma in un represso, il secondo in un egocentrico. Come si fa, si fa male.

E' dura d'accettare, ma è così. La verità è che i genitori sono degli impotenti, nel senso che non hanno nessun potere sui figli, sono solo un esempio (positivo, negativo, dipende cosa viene recepito di loro) e questa è una grande responsabilità.

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09/03/2021 10:50 #51366 da nautilus
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Ho terminato la terza parte.
Confermo che è un libro che non ti lascia tregua, nel senso che lo leggeresti tutto di un fiato senza mai interrompere, il ritmo è incalzante e sviluppa nel lettore quella morbosità tipica che suscitano i fatti di cronaca nera.
Nella terza parte Lagoia si spinge oltre e ci racconta di sè intrecciando la sua vita con quella dei tre protagonisti del libro, per farci capire che tutto può succedere, che siamo sempre in bilico tra luce ed ombra, che tutti siamo dei potenziali "mostri".
Arriva però la salvezza.
L'autore ci racconta la sua storia, la sua sofferenza, il divorzio dei genitori.
Penso, ecco ci risiamo, il capro espiatorio di tutti i figli.
Invece no, ad un certo punto Lagioia vira verso la fragilità umana e abbandona il proprio vissuto, i rapporti familiari, per ammettere che, a prescindere da quello che si ha alle spalle, è la debolezza personale che ti fa cadere nel buio più totale, da cui esci solo con la forza di volontà e la ragione che governano l'istinto.
Parole che a me personalmente rincuorano.

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12/03/2021 15:37 #51412 da nautilus
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Terminata la lettura, ci sarebbe molto da dire.
Ho capito che questo genere non fa per me, ho provato con Carrere, ora con Lagioia, gli autori scrivono molto molto bene, ma il racconto di cronaca nera non mi entusiasma. Questo libro per me è stata un'agonia, dall'inizio alla fine
Attenzione: Spoiler!

Il malessere dei protagonisti mi è stato trasmesso totalmente, così come la sofferenza delle famiglie.
Devo dare ragione a Federico, il personaggio più interessante è Marco Prato, personalità complessa e affascinante. Una vera primadonna, sempre in qualsiasi situazione, anche in carcere.
Destabilizzante invece la vittima, Luca Varani, il vero enigma, conduceva una vita parallela senza che fidanzata e genitori se ne fossero mai accorti. La sua storia è quella che mi ha più sconvolto.
Manuel Foffo invece mi è apparso come un debole in ogni ambito.
Ho trovato molto interessanti gli aspetti processuali, prima gli interrogatori e poi le scelte difensive.
Il ruolo di Lagioia in realtà non è stato di semplice cronista, anche se non si è mai schierato con o contro i protagonisti della vicenda, tuttavia la sua presenza emotiva c'è nel libro.
Non mi sento di sconsigliare la lettura, piuttosto la consiglierei a chi ha la passione per questo tipo di vicende.
Non comprendo comunque come mai questo libro viene tanto osannato dalla critica.

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12/03/2021 17:17 - 12/03/2021 17:43 #51416 da Federico
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E' un bel libro, che cattura il lettore. Il lavoro di Lagioia è stato molto ben fatto, si percepisce proprio quanto si sia impegnato a immedesimarsi nei protagonisti e a osservare la storia da ogni prospettiva, anche quella personale, cercando di essere il più obiettivo possibile. Però sono d'accordo che gli osanna che ha ricevuto sono eccessivi. Non lo considero nemmeno il miglior libro di Lagioia, preferisco sia Riportando tutto a casa che Ferocia.

Fa male vedere come si possa uccidere per noia, perché non si pensa alle conseguenze di quel che si fa, perché non si dà alcuna importanza alla vita altrui. Per poi svegliarsi il giorno dopo e pentirsi addolorati.

Questo non rendersi conto di quel che si fa l'ho ritrovato in un libro che ho finito proprio stamattina prima di andare in ufficio, è La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt. Il libro è un lungo resoconto del processo ad Adolf Eichmann, che ricostruendone la carriera ripercorre tutto l'olocausto (l'ho trovato noiosissimo perché mi aspettavo un'analisi psicologica e filosofica di Eichmann come simbolo nazista, invece è proprio un resoconto del processo, con tutte le tecnicalità che a te Fra invece potrebbero piacere). Eichmann ha contribuito allo sterminio di milioni di persone senza che se ne sentisse davvero colpevole. Lui faceva il suo mestiere, eseguiva gli ordini dei superiori, cercava solo di fare carriera, di avanzare nelle istituzioni burocratiche. Non ha pensato alle conseguenze delle proprie azioni. Non si è immedesimato nelle persone che mandava al macello. Perfino le sue ultime parole prima dell'esecuzione della sentenza di morte mostravano la sua superficialità, la sua banalità.

La Arendt, nel poscritto, arriva a una conclusione che si applica benissimo anche a Foffo e a Prato:
Non era un "cattivo". Eccetto per una straordinaria diligenza nel perseguire l'avanzamento personale, non aveva motivi. E questa diligenza non era in alcun modo criminale; certamente non avrebbe mai ammazzato il suo superiore per prendergli il posto. Semplicemente, non ha mai realizzato ciò che stava facendo.
[...]
Non era stupido. E' stata pura spensieratezza - qualcosa di differente dalla stupidità - che l'ha fatto diventare uno dei più grandi criminali della storia.
[...]
Che tale lontananza dalla realtà e tale spensieratezza possano fare molti più danni di tutti gli istinti maligni messi insieme e che forse sono inerenti all'uomo fu la lezione che si è impartita a Gerusalemme.
Ultima Modifica 12/03/2021 17:43 da Federico.

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12/03/2021 17:45 #51418 da nautilus
Risposta da nautilus al topic "La città dei vivi" di Nicola Lagioia

Fa male vedere come si possa uccidere per noia, perché non si pensa alle conseguenze di quel che si fa, perché non si dà alcuna importanza alla vita altrui. Per poi svegliarsi il giorno dopo e pentirsi addolorati.

Fede tu hai visto pentimento e dolore? Sinceramente io no. A me sembra che né Prato, né Foffo abbiano mai realmente realizzato quello che hanno fatto. Li ho visti più preocuppati dell'opinione pubblica (in particolare Foffo) e il gesto finale di Prato non è stato determinato dall'omicidio.
Ho visto proprio indifferenza per la vita altrui, Prato e Foffo sono stati sempre concentrati su loro stessi.

La Arendt, nel poscritto, arriva a una conclusione che si applica benissimo anche a Foffo e a Prato:
Non era un "cattivo". Eccetto per una straordinaria diligenza nel perseguire l'avanzamento personale, non aveva motivi. E questa diligenza non era in alcun modo criminale; certamente non avrebbe mai ammazzato il suo superiore per prendergli il posto. Semplicemente, non ha mai realizzato ciò che stava facendo.
[...]
Non era stupido. E' stata pura spensieratezza - qualcosa di differente dalla stupidità - che l'ha fatto diventare uno dei più grandi criminali della storia.
[...]
Che tale lontananza dalla realtà e tale spensieratezza possano fare molti più danni di tutti gli istinti maligni messi insieme e che forse sono inerenti all'uomo fu la lezione che si è impartita a Gerusalemme.

Vero, citazione che calza perfettamente per questa storia, anche se parlare di spensieratezza (termine che mi fa pensare a momenti felici) per l'olocausto (così come per l'omicidio di un singolo) mi fa rabbrividire.

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