Visto che si parla tanto di pazzia, faccio anche io la pazza (o la psicologa junghiana, che sta sempre là
) e lascio un commentino un po' lunghetto sul capitolo del Libro.
Prima di tutto vorrei parlare di colui che porta il libro Ibbur a Pernath. Agli inizi, lo sconosciuto non viene descritto se non come una presenza, "
La sensazione che qualcuno salga le scale dietro di me".
Pernath aspetta che lo sconosciuto si palesi alla sua presenza, e sembra seguire mentalmente il percorso che questi fa per arrivare in casa sua. Attende pure che apra la porta; non lo aspetta sulla soglia, e lo sconosciuto non bussa per farsi aprire. Entra e basta, e Pernath questo lo sa.
Lo sconosciuto è chiaramente l'Ombra di Pernath. L'Ombra, nella pratica junghiana, è definita come il lato oscuro e rifiutato di sè e della propria personalità. Mentre esibisce al mondo la Persona, cioè la maschera che si è costruito nel tempo, l'uomo subisce, in modo perlopiù inconscio, l'influsso di tutto ciò che ha respinto e che non vuole vedere, che è appunto l'Ombra.
Il fatto che Pernath
attenda lo sconosciuto, non lo respinge e non prova paura, mi fa pensare che ci sia un forte contenuto inconscio che il personaggio
sa che esiste ma che non ha mai affrontato. O forse, è rimasto semplicemente silente e ora è giunto il momento di guardarlo.
Lo sconosciuto, come abbiamo detto, porta a Pernath il Libro per farlo restaurare. È un libro misterioso anche nell'aspetto: "
La custodia era di metallo, e gli incavi, a forma di suggelli e rosoni, erano niellati e colmi di spesse pietruzze". È un libro mai visto, ignoto, senza autore nè titolo.
È il libro di Pernath. Parla di lui, e lui lo sa. Sa già com'è fatto, ancor prima di aprirlo. Questo mi fa pensare che ci siano già stati altri confronti con l'Ombra (anche se forse non andati benissimo).
Il Libro si chiama Ibbur, o "la spirituale gravidanza". Perché è importante questo titolo?
Ora faccio la sciamana (uuuuuh)
.
Parto dalle parole del libro:
Dalle lontananze s’avanzava strepitando una schiera di coribanti. Un uomo e una donna s’avviticchiavano insieme. Li vidi avanzare già da lungi,e sempre più da presso rumoreggiava la schiera. Ora udivo vicinissimo il canto risonante degli estasiati: cercai con gli occhi la coppia intrecciata. Essa però s’era trasfigurata in un essere unico, mezzo maschile mezzo femminile – in un ermafrodito – seduto sopra un trono di madreperla. E la corona dell’ermafrodito terminava in una tavola di legno rosso, sulla quale il verme della distruzione aveva inciso, corrodendola, misteriosi geroglifici.
Questo passaggio, all'apparenza nebuloso, rappresenta un processo frequente nella pratica alchemica. La Grande Opera, o Magnus Opus in latino, è l'itinerario alchemico di trasformazione delle materie prime in pietra filosofale.
Si compone di 3 passaggi principali, che corrispondono ad altrettanti cambiamenti personali e spirituali a cui l'alchimista va incontro:
- Nigredo (o putrefatio): la tiratura a nero "epura" da tutti gli elementi che possono compromettere la buona riuscita dell'operazione. In termini personali è la fase più dolorosa: il soggetto, infatti, deve affrontare tutto il suo irrisolto per poter proseguire.
- Albedo: la tiratura al bianco è associato alla purificazione (il suo simbolo è infatti l'acqua, che lava e distilla via ogni residuo della nigredo). In questa fase abbiamo l'avvento del Femminile, associato all'introspezione e alla ponderazione. Il Femminile assume spesso le sembianze di una Regina nelle illustrazioni alchemiche.
- Rubedo: la tiratura a rosso, ultima fase, è associata all'elemento del fuoco e al mercurio. È il momento della combustione e della sublimazione di quanto ottenuto. Alchemicamente, in questa fase interviene l'elemento Maschile (il mercurio, per l'appunto) e abbiamo le cosiddette "nozze chimiche".
Le nozze chimiche danno vita al cosiddetto Rebis, frutto dell'unione sacra tra Maschile e Femminile. Una delle illustrazioni tipiche è questa:
Come vedete abbiamo gli elementi presenti nella descrizione dell'autore: l'unione ermafroditica dei due elementi, la corona sui loro capi, persino il "
verme della distruzione" che li segue.
Altra figura importante, in questa sfilata archetipica, è Il Matto:
Solo un Pierrot si volge meditabondo a guardarmi, e torna indietro. Mi si pianta davanti e ficca lo sguardo nel mio viso come si fa in uno specchio. Egli fa degli sberleffi così strani, alza e muove le braccia – ora con esitazione, ora fulmineamente – in tal maniera che un impulso spettrale mi spinge ad imitarlo, a strizzare gli occhi come lui, a spallucciare e a storcer gli angoli della bocca.
Il Matto è una "carta bonus" dei Tarocchi marsigliesi: non ha numero, non ha collocazione; alcuni lo considerano l'ultimo degli Arcani Maggiori, altri lo collocano in un universo tutto suo.
Il Matto è una "carta-movimento": invita la persona a non restare nel proprio microcosmo di certezze, ma a muoversi avanti per raggiungere la novità. Apre a molteplici prospettive: simboleggia infatti la cessazione della quotidianità per come la si è concepita fino a quel momento per l'avvento di nuove varianti che possono stravolgere completamente le certezze.
Come detto, Il Matto è una "carta-movimento", come si vede anche dall'illustrazione (Il Matto si muove in avanti). Questo significa che la persona deve muoversi verso il cambiamento; è invitato ad abbandonare la sua posizione statica per raggiungere altro.
In questo caso, Pernath è invitato a muoversi per ritrovare la sua Ombra.
E in effetti è quello che fa: insegue lo sconosciuto per cercare di comprendere di chi si tratti. Inizialmente non ricorda nemmeno il suo aspetto, per quanto abbia l'intrinseca certezza che fosse un aspetto peculiare, non comune,
indimenticabile.
Nel tentativo di ricordare lo sconosciuto, Pernath ripercorre il suo stesso tragitto. Ed ecco che avviene l'annullamento nello sconosciuto, nella propria Ombra:
Tentati d’imitare lo sconosciuto nell’andatura e nei gesti pur non ricordandomeli affatto. E come avrei potuto mai riuscire ad imitarlo, se mi mancava ogni base per ricostruire l’aspetto? Ma la cosa andò diversamente. Affatto diversamente da quel che non pensassi. La mia pelle, i miei muscoli, il mio corpo si ricordarono improvvisamente, senza rivelar nulla al cervello. Fecero movimenti ch’io non desideravo né intendevo fare. Come se le mie membra non m’appartenessero più! […] Ora ricordavo l’estraneo.
Pernath
diventa a tutti gli effetti lo sconosciuto, e ricorda ogni dettaglio di lui. In questa fase, però, non abbiamo ancora una presa di coscienza in termini di identità tra sè e lo sconosciuto.
Pernath, in pratica, non ha ancora compreso che lui e lo sconosciuto sono due facce della stessa medaglia: Pernath è la Persona, è la facciata, è la maschera; lo sconosciuto è l'Ombra, il richiamo all'ignoto che abita dentro ognuno di noi.
Cosa mi aspetto passato questo capitolo? Mi aspetto che Pernath venga a scoprire qualcosa di rimosso. Sarebbe perfettamente in linea con l'emersione dell'Ombra.
Basta, ho finito di sproloquiare. Alla prossima follia!