Il superstite
"Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.
"Il superstite" racchiude un po' tutto il senso della scrittura di Levi, ovvero ciò che ha fatto sorgere nell'autore la necessità di raccontare.
Qui emerge il dolore profondo che indietro non si può ricacciare e come le onde del mare ritorna sempre con un fare imprevedibile e incessante e trascina con sé il ricordo dell'insulto incassato, della sofferenza subita, degli orrori, degli uomini e donne sommersi e salvati mai dimenticati.
Forte é il grido del sopravvissuto che cerca misericordia per l'insensata colpa di esser vivo.
"Perché io?"
Per rispondere all'oltraggio e dar una voce ai fantasmi di quegli uomini abusati e non più ritornati Levi si fa carico del dovere della testimonianza, che allevia anche la pena dell'esistere.
“Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la
consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso.”
(Francesco Petrarca)