In questa raccolta mi sono imbattuta inizialmente in due poesie: "Crescenzago" e "Buna"
La prima risale ad un periodo antecedente alla deportazione.
Tra il 1942 e il 1943, infatti, Levi lavorò come chimico presso la Wander a Milano, un industria Svizzera sita nel quartiere di Crescenzago appunto.
Questa poesia ritrae un paesaggio grigio e asfittico della malinconica periferia milanese, dove il bello non riesce a permeare lo spesso strato dei fumi delle ciminiere e dove il lavoro scandisce i ritmi della triste e monotona vita che passivamente scorre. Tutto è incolore, eccetto l'amore che esprime un guizzo di vita nell'ultima parte.
Leggendo questa poesia e a seguire "Buna"( scritta nel 1945) ho trovato una certa somiglianza apparente.
Il grigiore, il logorio del duro lavoro, i corpi stanchi, i fumi densi, il tempo stagnante, la bellezza assente e lontana in ogni sua forma.
Quello che qui però è differente è il senso del vivere, il senso del duro lavoro. È pur vero che la misera rende schiavi e può privare della libertà, ma non quella di essere uomini dignitosi per se stessi e gli altri. Non nega gli affetti e la voglia di fare l'amore.
Nel Lager invece un uomo senza un nome, privato del suo scopo, degli affetti, chi o cosa è? Per lo più bisogni e istinti messi insieme. Un'involuzione dell'essere umano, a poco a poco deprivato della sua essenza, ombra del suo sbiadito passato.
Levi così si chiede, semmai fossero l'uno difronte all'altro da uomini liberi, chi e cosa riconoscerebbe nell'animo altrui?
Specifico che queste sono le mie impressioni sulle poesie, molto probabilmente l'interpretazione che ne faccio non è corretta.
Attendo il vostro parere