Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa
che affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.
*
MARK STRAND, "Poesia", Donzelli, 1999*
Già dalle prime parole in questa poesia Mark Strand dichiara la sua posizione esistenziale: ciò di cui parla è impossibile da immaginare, ma anche impossibile da non immaginare. L’intento è dichiarato: navigare nell’impossibile, descrivere l’indescrivibile.
A me sembra un uomo che voglia spogliarsi completamente della propria soggettività e delle proprie percezioni per cogliere l’essenza della realtà, anche se sa già che così facendo nega a se stesso ogni possibilità di conoscere. Quello che cerco di dire è che noi non afferriamo mai le cose, ma solo la ricostruzione mentale che ne facciamo. Noi non vediamo l’albero, ma una forma marrone più o meno bitorzoluta, e l’esperienza, il pensiero, la memoria e il linguaggio ci portano a dire “è un albero”. Invece quando leggo una poesia di Mark Strand ho l’impressione che lui voglia scrollarsi di dosso pensiero, memoria, esperienza, per cogliere le cose nella loro sostanza intima; ma le cose sfuggono, se vengono separate dai loro rapporti e dalla loro narrazione, restano presenze evanescenti svuotate di senso.Così questo poeta a me pare un astronauta all’esterno dell’astronave, collegato ad essa solo da un cavo: fluttua nel vuoto di un universo senza nome, non è dentro la nave spaziale ma non è del tutto separato. O forse mi sembra un essere proiettato in una specie di universo parallelo e vicinissimo, un essere che quando protende le mani per toccare le cose si ritrova a sfiorare solo le loro ombre. Così Mark sfiora le sensazioni, l’azzurro, il freddo, una canzone appena accennata che diventa un’alluvione di suoni..... ma il senso gli fugge e il mondo è un caos malinconico abitato dall’assenza. Eppure questo senso di estraneità, o forse di evanescenza, non lo rende anaffettivo; verso la fine della prima strofa parla di un vuoto, sì’, ma un vuoto tenero, in parte colmato dall’impronta di qualcosa che c’è stato.Nella seconda strofa mi sembra di avvertire un cambiamento: l’inizio di una sedia, ma anche (secondo me) l’inizio di una riconciliazione con il mondo attraverso l’accettazione di brandelli di ricordi che via via si fanno meno sfilacciati.I ruderi di luna le crollavano sui capelli: chi è quest’ombra che appare e si nega nello stesso tempo?
Né Silvie né Beatrici, per Mark. Il dolore – se è dolore – resta chiuso ad ogni descrizione, è appena delineato da pochi cenni, il cappello che lei ha dimenticato, la penna che lei ha lasciato sul tavolo. Resta solo la sensazione del calore del sole a mitigare il vuoto di un’attesa senza fine.
Ciao da susy
There is a crack, a crack in everything
That's how the light gets in. (Anthem, Leonard Cohen)