Cornelia:
Sono arrivata oltre la metà del libro e purtroppo non è scoccata la scintilla. Forse perché ho già letto Cambiare l’acqua ai fiori di V. Perrin e il tema del “guardiano di cimiteri” non mi suona più come una novità. Sarei anzi curiosa di capire se l’idea di Dara nasce proprio dal successo del romanzo francese, che è stato pubblicato un paio di anni prima.
A questo, devo dire, non avevo pensato!
E' vero che il romanzo di Perrin è stato un best-seller, ma in realtà la tematica sepolcrale è antica e la letteratura italiana ne ha grandi esempi. Cito inutilmente Dei Sepolcri di Foscolo, per mettere qui sul piatto la punta dell'iceberg.
Considerando le tante citazioni di Dara e i tanti rimandi alla letteratura classica, non vedo un collegamento diretto con Perrin.
Però in realtà chissà? Potrebbe anche aver voluto semplicemente cavalcare l'onda...
Mi piace molto notare come il romanzo di Dara sia stato adorato, apprezzato in parte o letto senza particolari emozioni. Vuol dire che ha toccato in noi corde diverse.
Per quanto illustre ascendente letterario, io purtroppo ho trovato molto poco Foscolo nel cimitero di Timpamara. Nel
Dei s
epolcri si fanno vivere i defunti attraverso la memoria dei vivi, in
Malinverno mi è parso che si voglia usare la morte per dipingere una quinta scenografica. In questo, l'esperienza da lettrice è stata davvero tanto simile a
Cambiare l'acqua ai fiori. Qui la storia della protagonista si sviluppa in una costellazione di storie parallele legate alle singole lapidi, come accade anche per Astolfo Malinverno. La sola differenza è il contesto, verosimile nel romanzo francese, onirico in quello italiano.
Sono a due terzi del libro, quindi queste mie riflessioni potrebbero facilmente essere contraddette dal finale e rivelarsi affrettate, ma credo che il nodo sia in quella che Astolfo chiama, a un certo punto, la "vita immaginata". Nella volontà di tratteggiare questa esistenza letteraria, in cui tutto vive di situazioni inverosimili, metaforiche, immaginifiche, secondo me c'è davvero un eccesso di maniera. Penso a Margherita che vuole sposarsi con il morto, alla foto con la sposa giapponese, al tizio che vuole ricongiungersi al suo arto mozzato nella tomba, al cimitero dei libri defunti, al cane nero che è quasi angelo della morte, ecc. Sono episodi che singolarmente hanno una forte portata poetica, ma che inanellati all'interno di un'unica storia risultano forse un po' ridondanti. Mi sono sembrati eccessivi, costruiti con una attenzione talmente chirurgica da comporre alla fine un quadro abbastanza affettato. Più su qualcuno ha definito l'autore un meraviglioso
master of puppets e mi accodo, perché in fin dei conti sto avendo la stessa percezione. Questo ovviamente non significa che Dara non sia un bravo scrittore o che il romanzo non sia all'altezza, sia chiaro, soltanto che non stuzzica le mie personalissime corde