SOLELE ha scritto: Ciao a tutti!
Io come anticipato l'ho finito, e quindi dirò molto poco perché ho paura di spoilerare!!! (sinceramente non so come abbia fatto l'autrice il giorno della presentazione a non farlo!)
Posso solo dire che l'intreccio tra le 3 figure femminili è stato davvero perfetto
Buona lettura!
Eleonora
Non dovreste avere paura di spoilerare (parlo al plurale perché ci sono molti nuovi iscritti e la considerazione vale per tutti) perché racchiudendo le parti della trama tra i tag spoiler il testo viene nascosto e diventa visibile solo se aperto volontariamente da chi leggerà il vostro messaggio
Ne approfitto per aggiungere un paio di riflessioni sullo stile del libro e sulla trama.
Il fatto di non utilizzare virgolette e di far parlare direttamente i personaggi tra loro come flusso di coscienza lo trovo molto funzionale alla trama. Rende la lettura più dinamica ma comunque ben comprensibile. Non rappresenta un ostacolo alla lettura, bensì un valore aggiunto.
Il capitolo 18 ci fa toccare con mano un aspetto di cui parlavamo all’incontro, ovvero la complessità del lavoro di psichiatra e il confine sottile tra medico e paziente e le conseguenze dell’assottigliamento di questo confine.
In questo capitolo infatti, anche (e forse soprattutto) con lo scopo di creare una relazione con Lola, Santo accetta un compromesso e racconta a Lola di sé, delle sue esperienze e parla nello specifico di un evento traumatico della sua vita che ancora lo tormenta. Lola, quasi alternandosi a Santo, diventa in quel momento la persona che ascolta, cerca di comprendere e analizza quanto raccontato da Santo.
Santo stesso fa riferimento al fatto di assumere anche lui medicinali per l’ansia.
All’incontro parlavamo del fatto che chi fa un lavoro come il suo, necessariamente può avere bisogno di essere altrettanto aiutato. E qui potrebbe aprirsi anche il tema della cura del care giver, ovvero del supporto psicologico a chi a sua volta supporta persone in difficoltà. Inevitabilmente sentono e vedono situazioni che come spugne assorbono e solo una macchina (quale non siamo in quanto esseri umani) sarebbe in grado di non farsi condizionare.
Allora mi domando se lo psichiatra migliore è quello che accetta questa situazione e non si preclude queste esperienze con i propri pazienti al costo di dover chiedere a sua volta aiuto, oppure quello che sa costruirsi quell’insieme di strumenti che gli consentono di limitare al minimo “i danni” prodotti dalla contaminazione dalle storie e dalle vite altrui, ammesso che sia possibile farlo. Oppure decidendo di fare quel mestiere accetti il rischio che potrà accaderti quanto sopra?
Per me è un territorio completamente inesplorato. Sarei curioso di sapere se agli psicologi/psichiatri insegnano durante il proprio percorso formativo come gestire queste situazioni.
Sarebbe bello sentire le testimonianze di qualcuno che lo fa di mestiere