davpal3 ha scritto: Forse non mi sono spiegato benissimo.
La mia tesi è che le intenzioni dell'autore sono essenzialmente irrilevanti.
Il testo di un'opera, nella sua "fisicità" (cioè quelle particolare frasi, parole, lettere) ha un valore, per così oggettivo. Dal testo si possono trarre le più svariate interpretazioni, ma sempre dal testo (originale) si deve partire. Se si legge una traduzione, l'interpretazione avrà un punto di riferimento oggettivo semplicemente diverso; migliore o peggiore, ma comunque diverso.
Ma se le intenzione dell’Autore sono irrilevanti, che importa leggere o meno in originale? E se invece lo fossero, cambierebbe comunque qualcosa? Faccio un esempio:
l’Autore V. Pratolini scrive
Cronaca familiare. Due lettori, italiani come Pratolini, s’accostano al medesimo testo: quello originale.
Per il lettore A (che cito solo a titolo d’esempio: nulla di personale, eh

), il libro manca di verve, ha un intento puramente cronachistico, presenta una narrazione troppo scarna, è eccessivamente struggente e non dà alcuna profondità ai personaggi, che risultano piatti.
Il lettore B, verve a parte, sostiene esattamente l’opposto: l’intento è di trovar consolazione, è completo nella narrazione, presenta uno stile misurato e dà rilievo alla psicologia dei protagonisti, che per non essere a tutto tondo sono comunque ben delineati.
Stesso punto di riferimento, stessi problemi, anche senza l’intromissione del traduttore. Ora, A e B potranno comunque tranquillamente affermare d’aver letto
Cronaca familiare di Pratolini, o solo uno di essi? E se domani saltasse fuori C, magari dalla Germania, con nuove deduzioni, gli raccomanderemmo di recuperare il testo in italiano (come han fatto A e

, altrimenti non potrà mai affermare d'aver letto Pratolini, ma semmai un Pratolini nella versione di … ?
Ripeto dunque la domanda: se le interpretazioni divergono tanto anche su uno stesso identico testo, è davvero così fondamentale – limitatamente perlomeno alla narrativa – leggere in originale?