In questo primo incontro del 2026 i Cubalibri si sono trovati - tra un analcolico, un brescianissimo Pirlo e un calice di bianco - per parlare del libro “Le otto montagne” di Paolo Cognetti.
Il libro ha riscosso un discreto successo, assestandosi su una media di quattro stelle su cinque.
Fin dall’inizio della discussione è emerso che il legame di ciascuno dei presenti con la montagna ha giocato un ruolo dirimente nel giudicare e “sentire” l’opera. Alcuni lettori hanno infatti condiviso l’essenza del loro profondo legame con la montagna: per alcuni luogo d’origine, per altri luogo familiare, per altri ancora “luogo di ritorno”. Per queste persone, forse più che per gli altri, è stato facile comprendere quel senso di richiamo e di appartenenza che le cime esercitano sui protagonisti, che solo tra i monti sembrano trovare loro stessi. Per Pietro e Bruno, seppur diversi come il giorno e la notte, la montagna è identità, è piena esplicazione di sé.
“Le otto montagne” è un libro che parla di legami, tanto più fragili se contrapposti alla solidità delle montagne. È un libro che parla di amicizia e della fortuna di trovare in uno sconosciuto la propria persona, il proprio punto fermo in un mare di persone che cambiano e cose che accadono; per Pietro, sempre in fuga dai rapporti e dalla stabilità, Bruno è ciò che giustifica il ritorno, perché è bello andare, ma ancor più bello sapere di avere un motivo per tornare.
“Le otto montagne” è anche un libro che parla di genitori e di figli, di incomunicabilità, di responsabilità. Un Cubalibro ha evidenziato come questo libro risuoni in modo molto diverso se lo si legge dalla prospettiva di genitore o, invece, dalla prospettiva di figlio. Durante l’incontro è infatti sorto un dibattito sulla responsabilità di coltivare e curare i rapporti tra genitori e figli: il padre di Pietro avrebbe dovuto sforzarsi di capire il figlio e di avvicinarsi al suo modo di essere, anziché attrarlo forzatamente al proprio? Pietro, da parte sua, avrebbe potuto sforzarsi di andare oltre l’approccio burbero del padre e cercare un punto di contatto per mantenere vivo il rapporto?
Come sempre e, d’altra parte, come è giusto, non sono mancati però anche giudizi negativi sull’opera. Per qualcuno la storia, seppur complessivamente gradevole e scorrevole, non ha lasciato il segno, non ha emozionato particolarmente e ha tratteggiato in modo troppo poco approfondito i legami tra i personaggi principali.
Altri lettori non hanno apprezzato i protagonisti: per alcuni Pietro è troppo apatico, poco comunicativo, emotivamente pigro; per altri Bruno risulta fastidioso, troppo arroccato sul proprio sogno di vita montana e troppo lontano dalla realtà e dalle persone a lui più vicine.
Su una cosa, però, pare che i lettori abbiano trovato un punto di accordo: “Le otto montagne” è un libro che racconta di cose vere, di persone vere, di emozioni vere, di legami veri; Pietro e Bruno possono non piacere, possono fare arrabbiare, possono infastidire, ma solo perché ci ricordano troppo noi stessi, sia se, come Pietro, siamo “quelli che vanno”, sia se, come Bruno, siamo “quelli che restano”.