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“Come un essere umano abbia potuto tentare un libro del genere senza suicidarsi prima di finire una dozzina di capitoli è un mistero. È un composto di depravazione volgare e orrori innaturali. “

Questo scrive la rivista americana Graham's Lady Magazine nel luglio 1848 riguardo a Cime Tempestose di Emily Brontë. Lo Spectator parla di personaggi grossolani e sgradevoli con una macchia morale, un romanzo in cui il male non è punito in modo chiaro e i personaggi cattivi restano tali senza redenzione. Alla sua uscita, Cime tempestose viene accolto con diffidenza da alcuni e con aperta ostilità da altri. Molti recensori vittoriani lo giudicano un romanzo brutale, amorale e disturbante.

Il racconto di una passione così incontrollata da diventare devastante per il mondo intorno, non viene gradita dalla critica dell’epoca vittoriana, tanto che la sorella Charlotte Brontë nella prefazione sembra che in qualche modo "giustifichi" Emily, dicendo:

Cime tempestose è un’opera rude e strana; e come tale doveva apparire. È un libro in cui la luce e l’ombra si alternano con bruschezza; in cui la passione è portata a un grado eccessivo; in cui le figure non sono levigate né addolcite per piacere al lettore […] L’autrice non intese mai offrire un quadro della vita quale dovrebbe essere, ma quale è, talvolta, nelle sue forme più cupe e violente.

Catherine: il rifiuto del modello femminile imposto

E in questo scenario di un romanzo anticonvenzionale e fastidioso per la società il più irritante dei personaggi è forse proprio la protagonista, Catherine Earnshaw.

Giudicata immorale dai contemporanei perché rifiuta il modello femminile vittoriano di docilità e autocontrollo, nonostante le grandi critiche, Catherine è un personaggio indimenticabile. L’autrice non scrive di lei per compiacere i lettori, ma con lei riesce ad evocare il caos interiore della civiltà di quel tempo. Catherine è il grido di tutte le donne che preferiscono la libertà della brughiera selvaggia alla prigione del salotto.

Una donna che ama in modo sconfinato, senza limiti decenti; desidera impulsivamente; soffre, ma senza diventare una persona migliore per questo. È proprio questa mancanza di una “lezione” a renderla scandalosa per i lettori dell’epoca.

Un romanzo privo di morale

Il problema centrale, per la critica ottocentesca, è che Emily Brontë non guida il lettore verso un giudizio morale, l’autrice usa l’intensità emotiva del romanticismo ma senza impartire qualsiasi tipo di insegnamento etico.

"Il romanzo non esercita alcuna influenza salutare sul lettore; le passioni che descrive sono violente e disordinate, e non vengono mai ricondotte entro un ordine morale." – The Examiner, 1848

Solo con il passare dei decenni, la critica inizia a cambiare prospettiva. Verso l’inizio del Novecento, Cime tempestose viene riconosciuto come un testo profondamente innovativo e rivoluzionario. Ciò che è stato letto come caos o immoralità comincia a essere interpretato come una scelta consapevole, una sfida alle convenzioni. In questa nuova luce, anche Catherine smette di essere un errore e diventa il centro di un’idea diversa di donna.

Io sono Heathcliff

Una delle frasi più epiche di Catherine, esprime la grandezza travolgente del capolavoro di Emily Brontë: «Io sono Heathcliff», una frase che annulla il confine tra sé stessa e l’oggetto della sua passione incontrollata.

Cime tempestose è un’opera che non ha un tempo, è sempre attuale, anche oggi, in un’epoca in cui le emozioni autentiche sono spesso nascoste dietro uno schermo e si va verso un appiattimento dell’io. È un romanzo che resta nel tempo come un monito potente contro l’indebolimento emotivo e la perdita di legami veri e profondi, come quello tra i due protagonisti, racchiuso nella frase di Catherine: 

«Qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono uguali.»

(articolo a cura di Vanessa Del Chiaro Tascon)

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