Nel caldo e umido pomeriggio di domenica 6 settembre, il nostro gruppo di Catania,
La Marcia degli Elefanti, si è riunito per il consueto appuntamento mensile. Erano presenti alla riunione: Anna, Massimo, Loredana, Lucrezia, Paola, Serena, Emanuele, Nicoletta, Matteo, Nunzio e la sottoscritta. Oggetto della nostra discussione è stato il romanzo
Il Master di Ballantrae di
Robert Louis Stevenson, proposto da me, e che è stato letto quasi da tutti.
Poiché avevo intuito che il libro poteva non essere piaciuto (con mio immenso dispiacere), ho sorpreso il gruppo presentandomi alla riunione con tre fogli pieni zeppi di argomenti da trattare,contesti storici e biografici per poter inquadrare meglio la trama e i temi stevensoniani, nella speranza di poter far apprezzare il romanzo a posteriori. Ho iniziato un lungo monologo, mentre il resto del gruppo aspettava le ordinazioni fatte al locale.
Per prima cosa ho parlato del perché ho proposto questo libro, da me già letto una decina di anni fa. Stevenson è uno dei miei autori preferiti, ho letto molti dei suoi romanzi e dei suoi racconti, e ho sempre amato come, a differenza di buona parte della letteratura dell'epoca, per lui
non esistono personaggi buoni e cattivi separati in modo netto: anche i cattivi hanno delle virtù, come riscontriamo nei capitoli finali in James Durie, e anche i buoni commettono azioni malvagie, come infatti fa il fratello Henry.
Sebbene il romanzo a prima vista sia di ambientazione storica e d'avventura, nei fatti è un
romanzo psicologico perché racconta la lenta e implacabile distruzione mentale dei due fratelli, dove l'ossessione acceca la ragione e conduce inevitabilmente all'autodistruzione. È certamente un romanzo che parla di odio e rivalità tra fratelli, ma parla soprattutto dell'ossessione che ognuno dei due ha per l'annientamento dell'altro. I due fratelli, a un certo punto, vivono solo per questo, ogni nuova ostilità rinsalda questa ossessione, alimenta il loro
rapporto simbiotico distruttivo e il rancore che provano reciprocamente e, cosa più inquietante, dona loro soddisfazione. Henry e James esistono perché esiste l'altro e, infatti, nell'esatto momento in cui muore uno muore anche l'altro: non c'è James senza Henry, non c'è Henry senza James.
In questo romanzo Stevenson ci fa capire che
il male è contagioso, infetta e degrada, ed è quello che accade a Henry. Ci mostra quanto sottile e labile possa essere il confine tra bene e male, come le qualità morali e le virtù possano naufragare con poco (esplicativo, in tal senso, il viaggio in mare di Mackeller).
Successivamente, ho introdotto un po' di
biografia e di contesto storico dell'ambientazione scelta per questo romanzo, secondo me utili per capire meglio i temi cari a Stevenson. Il padre di Stevenson era un uomo severo e puritano, cercò di impartirgli istruzione, morale e religioni molto rigide e, come accade sempre in questi casi, ottenne l'esatto contrario. Robert fu un figlio ribelle, tanto da frequentare pure i bassifondi di Edimburgo e, in generale, furono tanti gli scontri con il padre per le proprie scelte di vita. Ateo, non sopportava la facciata di rispettabilità sociale dell'epoca e l'ipocrisia, da qui i temi dell'ambiguità morale e religiosa “a convenienza” che si riscontrano in vari personaggi stevensoniani. Si interessò di ricerche psicologiche, metafisiche e paranormali, che influenzarono la stesura de
Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde e
Il Master di Ballantrae. Il tema del doppio, invece, nasce in lui grazie a un fatto veramente accaduto: un uomo di Edimburgo la mattina faceva il suo rispettabile lavoro di ebanista, diacono e consigliere cittadino, mentre la notte era a capo di una banda di ladri. Tanto questo tema fu importante per Stevenson che scrisse, nel giro di 5-6 anni,
Markheim,
Lo strano caso... e
Il Master di Ballantrae. Infine il tema del viaggio e la nostalgia per la Scozia: Stevenson, soprattutto a causa dei suoi gravi problemi di salute ai polmoni, viaggiò molto e alla fine dovette lasciare la sua amata Scozia e trasferirsi, per il clima favorevole, alle Isole Samoa, diventando una sorta di difensore per la popolazione autoctona nei confronti degli europei che volevano approfittarsi di loro. Iniziò la stesura de
Il Master di Ballantrae quando si trovava nell'America del Nord e lo ultimò durante il suo viaggio verso i mari tropicali. In questo romanzo troviamo vari temi della narrativa stevensoniana, anche se alcuni solo sullo sfondo: Scozia, viaggi e pirateria, ambiguità morale e il doppio.
Per quanto riguarda il
contesto storico del romanzo, ho evidenziato il parallelismo che Stevenson voleva fare tra la situazione politica del tempo e quella dei due fratelli. Il romanzo è ambientato nel 1745 in Scozia, in piena insurrezione giacobita. Ci sono due fazioni: i giacobiti vogliono il ritorno sul trono degli Stuart, già eliminati dalla successione perché di fede cattolica, dall'altro lato, invece, ci sono quelli che sostengono l'allora re protestante, già sul trono, Giorgio II di Hannover (di ramo tedesco). Sebbene tutta questa situazione politica sia accennata nel romanzo, il contesto scelto da Stevenson è importante perché ambienta la sua storia in un periodo in cui la nazione è in pieno caos e traumatizzata dalla spaccatura politica: la rivolta giacobita è, di fatto, una guerra civile all'interno della nazione e intere famiglie e clan si sono ritrovate divise e in lotta tra loro. Parallelamente, assistiamo alla stessa spaccatura in seno alla famiglia Durie, tra i due fratelli, con i traumi che ne conseguono.
Dopo aver fatto questa lunga premessa, ho chiesto ai miei amati liotrini se volessero intanto dire la loro o prendere la parola, ma hanno preferito farmi continuare e, se devo dirla tutta, credo l'abbiano fatto solo perché nel frattempo erano arrivati i gelati e le granite precedentemente ordinati!
Allora ho iniziato a parlare dei due fratelli di questo romanzo e subito dopo è iniziato il vero dibattito.
James ci viene rappresentato come un uomo scapestrato, ribelle e dissoluto, bello e affascinante, con carisma e in grado di intortare il prossimo per raggiungere i propri obiettivi. È sostanzialmente la rappresentazione del fascino del male. Tuttavia, è anche capace di provare sentimenti di stima, rispetto e amicizia nei confronti di Secundra Dass e di Mackellar (durante il viaggio in nave). Con James abbiamo le parti avventurose del romanzo, una certa dinamicità, ma è un personaggio, secondo me, statico perché uguale dall'inizio alla fine uguale. Non lo ritengo il vero protagonista, bensì il motore narrativo. Decide di rovinare la vita al fratello, colpendolo soprattutto negli affetti, perché crede che gli abbia rubato titolo, soldi e tenuta, quando invece tutta la vicenda è partita per una scelta illogica voluta da sé stesso.
Paola non ha visto in lui malvagità né perversione, quanto invece un bambino viziato che pretende di averla vinta a tutti i costi, altri hanno visto in lui il classico bullo. Alcuni sono stati d'accordo con me nel vedere in lui una certa crudeltà nel colpire il fratello sul suo punto debole e altri ritengono che anche lui si sia evoluto nel corso della storia. Quasi tutti, invece, lo ritengono il protagonista, e Loredana alla fine ha provato quasi un po' pena per lui e non per l'altro fratello.
Henry, al contrario, ci viene presentato come fedele e buono, mite, ligio al dovere e rispettoso della famiglia, ma è un tipetto anonimo, non è simpatico e non è amato. Sembra la rappresentazione del bene che, però, non attira. Al contrario del fratello, non ha energia vitale e si muove quasi esclusivamente tra le mura della tenuta. Henry ha sempre vissuto all'ombra del fratello ed è costretto dalle circostanze a dover prendere il titolo che altrimenti non gli sarebbe mai appartenuto e, alla fine, con fatica costruisce la sua identità. Tuttavia è un uomo debole probabilmente perché il padre l'ha sempre snobbato per il figlio maggiore (e pure la moglie), ha una mente fragile e, dopo gli attacchi di James, perde pezzi di sé e cade nell'ossessione. Per me è lui il vero protagonista della storia perché è il personaggio che compie un viaggio interiore radicale: logorato dal trauma e dall'ingiustizia, si trasforma da vittima sottomessa a carnefice, tanto da infilzare il fratello con la spada e poi assoldare qualcuno per farlo uccidere.
Henry non è piaciuto a nessuno dei liotrini perché all'inizio è troppo sottomesso, troppo zerbino, troppo disposto a dare mille e più sterline al fratello sia per levarselo di torno, sia perché sapeva di non poter essere sostenuto in famiglia in caso contrario (il padre e la moglie avevano occhi solo per James almeno per buona parte del romanzo). Qualcuno ha giustificato le sue azioni cattive, altri sono stati più neutrali. Lucrezia ha apprezzato che lui ascoltasse i consigli di Mackellar e ponesse poi rimedio alle proprie mancanze. In linea generale, non è un personaggio che ci ha attirato.
James e Henry sembrano
complementari perché, almeno inizialmente, incarnano uno il bene e l'altro il male, uno la ragione e l'altro la parte ombra. Man mano che si va avanti nella lettura il tema della
doppiezza umana viene fuori. Questo tema, però, non ha convinto alcuni liotrini perché credono che sia stato affrontato superficialmente dall'autore rispetto ad altre opere in circolazione e anche i personaggi sono stati ritenuti un po' superficiali. Chiaramente non ho potuto che esprimere il mio fortissimo dissenso di fronte a tali affermazioni. Credo che questo problema di superficialità riscontrato dai liotrini dipenda dal
tipo di narrazione voluta da Stevenson. Scegliendo di far raccontare la storia a due narratori di parte, viene a crearsi una profonda ambiguità. Il lettore non sa cosa pensano davvero i due fratelli, non ha accesso ai loro pensieri né a tutte le loro azioni. Stevenson affida al lettore un compito attivo: giudicare i fatti e non le parole della narrazione di Mackeller e del capitano Burke, dedurre i pensieri intimi dei due personaggi principali dalle loro reazioni emotive e dai dialoghi riportati. Insomma, il lettore deve unire un po' tutti i pezzi. Ritengo la narrazione fatta da Mackeller e dal capitano Burke inaffidabile perché deformata dai loro filtri. Mackeller, infatti, è completamente schierato dalla parte di Henry anche quando è difficile esserlo, dipinge James come il male assoluto ma ne subisce segretamente il fascino, infine tiene molto alla propria reputazione e quindi giustifica i propri errori nella storia (soprattutto quelli morali). Anche il capitano Burke fa una narrazione inaffidabile ma per motivi diversi: ha una personalità egocentrica tendente al drammatico e quindi racconta le avventure in modo da dipingersi come un eroe, è completamente soggiogato dal carisma di James e tende a mitizzarlo, infine non riesce a vedere la sua personalità distruttiva e la sua immoralità.
Lucrezia non si è detta d'accordo con me perché non ritiene inattendibile Mackeller.: è di parte, ma i suoi fatti non vengono smentiti e dice a Henry quando sbaglia. Non mi sono trovata d'accordo con lei perché è proprio Mackellar a raccontare i fatti e nel romanzo dice apertamente di aver fatto dei tagli e delle omissioni al racconto fatto dal capitano Burke. In definitiva, facendo una media delle valutazioni dei liotrini, il romanzo è stato un "nì" (per citare Nicoletta) perché non è stata ritenuta l'opera migliore dell'autore scozzese. C'è chi ha trovato la prima parte più noiosa e chi invece più avventurosa. Non è stato apprezzato
il finale e la trovata della catalessi, da alcuni non compresa durante la lettura perché era sfuggita la spiegazione di Secundra Dass. In sostanza, James viene seppellito vivo perché si finge morto grazie alla tecnica imparata da Secundra. Sfortunatamente, il trucco non funziona perché passa più tempo del dovuto e soprattutto il clima è troppo freddo e, infatti, quando Secundra riesce a disotterrare il corpo di James e a rianimarlo, l'uomo ha ormai solo un barlume di vita in corpo: apre gli occhi e muore. Nello stesso momento, guardandolo, Henry muore di crepacuore perché, a quel punto del romanzo, aveva ormai perso la ragione e riteneva il fratello l'incarnazione del diavolo. A differenza dei miei amici, ritengo che questa sia l'opera migliore di Stevenson dal punto di vista psicologico e il finale mi sembra incredibilmente perfetto perché si chiude il cerchio: un fratello non può esistere senza l'altro, come già scritto dalla sottoscritta a inizio di questo resoconto. Sono, invece, d'accordo con loro sul fatto che si poteva dare più spazio a Secundra, anche per far capire il rapporto che c'è tra lui e James, rapporto che non ritengo essere solo di sudditanza.
È stata una discussione che si è protratta per due ore e mezza e, una volta ultimata, abbiamo votato il nuovo libro del mese. Dopo uno spareggio, alla fine ha ottenuto la maggioranza dei voti
L'uomo di latta di
Sarah Winman, proposto da Lucrezia, la quale timidamente ci ha detto che
dovrebbe trattarsi di un libro "normale" e non i soli "strani" che propone lei... sarà così? Lo scopriremo il mese prossimo!