Io ho terminato la lettura: provo a lasciare un commento che non sveli nulla della trama.
Come già anticipato, negli ultimi due capitoli del libro assistiamo a quello che ai miei occhi è parso un completo ribaltamento di prospettive: alla satira di costume subentra un’amara riflessione di ben più ampia portata, la comicità lascia progressivamente spazio alla mestizia e lo sdegno finisce col prevalere sull’ilarità. La vicenda di Antonio fa sempre da filo conduttore, ma è ormai relegata sullo sfondo, mentre ciò che stava in secondo piano finisce per prendersi l’intera scena.
Qualche lettore magari potrà storcere il naso di fronte a questo evidente cambiamento di rotta: in fondo, è un po’ come se ci guastassero il divertimento. Io però ho apprezzato molto, perché dona una nuova dimensione a ciò che viene raccontato: il "difetto" di Antonio diventa la tara d’una città o d’una nazione, l’impotenza fisiologica allude ad un’impotenza politica, mentre la possibilità di un riscatto potrebbe sembrare pura illusione.
Come notava opportunamente Davpal, qui non è solo il fascismo ad uscirne con le ossa rotte: il retaggio degli stessi antifascisti, così come la brutalità dei "liberatori", sono ugualmente oggetto di critica. Anche perché sull’equivalenza tra essere uomo e l’essere macho, dall’uno all’altro fronte, non si registrano grosse differenze.
"Dalle Alpi alla Sicilia puoi privare un uomo di qualsiasi cosa senza distinzione di classe sociale, di cultura ed educazione, ma guai a dubitare della sua virilità", è stato scritto. E questo sin dalla notte dei tempi (e forse non solo in Italia), con strascichi che ancora giungono sino a noi. Sarà forse per quello che il film con Mastroianni e la Cardinale venne ambientato negli anni sessanta (epoca in cui appunto fu girato il film), con un salto temporale di circa 30 anni rispetto al libro?
In ogni caso, non andrà dimenticato che il romanzo di Brancati punta esplicitamente il dito contro il regime fascista, istituendo un interessante parallelo tra la prepotenza ostentata - ma anche un po’ vigliacca - di chi ne ha sposato l’ideologia e l’impotenza di chi si ritrova – o si rassegna - a subirla. Un’impotenza che Antonio accusa sul piano fisiologico e che il cugino Edoardo, invece, sperimenterà a livello politico. Ma se la menomazione è simile, la differenza tra i due è netta. Uno legge; l’altro no. Uno pensa; l’altro no.
Come dire: uno è solo bello, l’altro perlomeno è intelligente. Sicché, mentre uno può solamente sognare, l’altro può ancora sperare: in un riscatto morale, prima ancora che politico; in una crescita culturale, prima ancora che sociale. Ed è appunto qui il messaggio più bello e profondo del libro: la forza e la virilità d’un uomo - ma anche di un popolo - non si misurano dalla cintola, ma dalla testa.