mulaky ha scritto: La mia chiave di lettura è diversa, secondo me Brancati ha scritto un finale pessimista.
Concordo pienamente con l'analisi di Giorgia.
Riporto anche questa citazione, perché potrebbe chiarire i dubbi circa il pessimismo di fondo dell'autore, che travalicherebbe peraltro i confini dell'esperienza fascista: "Brancati s'inserisce nella tradizione letteraria siciliana con una carica di pessimismo esistenziale che, attraverso De Roberto, si collega a Leopardi".
Non so quale "autorità" abbia chi ha scritto questa frase (presumo però sia un critico di letteratura italiana), ma in rete si trovano comunque parecchi altri riferimenti al riguardo. E proprio l’ascendenza leopardiana lascerebbe supporre il pessimismo brancatiano sia più simile a quello di Ermengildo, che a quello di Edoardo.
Per quanto poi concerne lo stile, sì: è evidente la frattura tra i primi e gli ultimi capitoli. Anche in questo caso ho trovato però una "spiegazione" che in qualche modo si collega al discorso sopra riportato e che potrebbe giustificare questa discrepanza.
In sostanza, la struttura narrativa del libro corrisponde grosso modo ai tre tipi d'impotenza ivi trattati: fisiologica (Antonio), politica (Edoardo), esistenziale (Ermenegildo). A ciascuna viene riservato un certo numero di capitoli che vengono trattati secondo punti di vista differenti. Ecco perché - man mano che si sfogliano le pagine - la figura d'Antonio pare diventare sempre più scialba, mentre progressivamente emergono quella dello zio e del cugino. I cui "dialoghi" con Antonio sono in realtà dei monologhi. Il fatto è che non c'è possibilità di comunicazione: troppo limitato il pensiero di Antonio, tutto concentrato su se stesso; un poco più ampi gli orizzonti politici di Edoardo; inarrivabili, per gli altri due, le riflessioni sulla vita e sulla morte di Ermenegildo. Le differenze "stilistiche" da noi riscontrate potrebbero dunque riflettere questa incomunicabilità?