Rispondo a GuidoGuido,
grazie al tuo contributo, siamo subito giunti ad un punto chiave del libro:
Come si fa a mantenere alta la “densità di talento” in una organizzazione?
Una domanda che sottintende che, in una organizzazione, il talento sia sinonimo di “alta performance” e che, altresì, sia ben chiaro cosa sia e come si rilevi (o misuri) un’alta performance. La differenza tra un “talentuoso” e un “high-performer”, è che la seconda definizione si riferisce a uno specifico contesto in cui esiste una valutabilità della performance (che è un fenomeno
multifattoriale, cioè che è composta dal grado di raggiungimento di molteplici obiettivi, i quali dipendono da molteplici specificità di ciascuna organizzazione e del mercato in cui opera).
Per semplificare, un talento creativo può non produrre alta performance in un contesto ripetitivo (che richiede meticolosità) o in un contesto ostile (che richiede resilienza). Viceversa per un talento nella meticolosità in un contesto che richiede creatività. Assodato il carattere contestuale della performance si passa al tema di come si “misuri” tale performance. Una volta rilevata la performance, il passo successivo è cosa farne della valutazione.
E giustamente citi il Keeper Test, e ci porti al nodo del modello Netflix.
Ho apprezzato molto il filmato prodotto da Netflix in cui ci si premura di dimostrare che il Keeper Test non sia ansiogeno “scary”.
Provate a porvi, nella vostra organizzazione di appartenenza, la domanda chiave del Keeper Test:
"Se una persona del vostro team dovesse lasciare il lavoro domani, cerchereste di fargli cambiare idea? O accettereste le sue dimissioni, magari con un po' di sollievo? In quest'ultimo caso, dovreste dar loro subito una buonuscita e cercare una "stella", qualcuno per cui sareste disposti a lottare per tenerlo con voi".
Domande del genere sono dei “trigger” decisionali che fanno parte di alcune scelte di fondo dell’azienda. In questo caso la scelta di fondo di chi tenere a bordo e di chi far scendere dalla nave è una scelta che l’azienda decide di decentralizzare, affidando alla saggezza diffusa delle persone invece che ai capi, il ruolo della selezione dell’equipaggio.
Uno dei top manager più ansiogeni (e più performanti) della storia, Jack Welch della General Electric, aveva fatto accettare un modello decisionale chiamato “
rank and yank” che, disposte le performance dei dipendenti in una gaussiana, prevedeva di scremare l’organizzazione, licenziando il 15 % dei “low performer”. Il nuovo afflusso di rincalzi, avrebbe rimescolato le carte e, al giro successivo, si sarebbero buttati giù dalla nave il 15% degli scarsi. Tale meccanismo “darwinista” di scrematura garantiva un continuo miglioramento della “densità di talenti” della General Electric.
Il modello “scary” della curva a campana, ha avuto un grande successo dagli anni ’80 del secolo scorso agli anni ’10 di questo secolo. Poi, in un mondo più
politically correct, l’idea è andata apparentemente in disgrazia sostituita (ufficialmente), persino in General Electric, da meccanismi meno rozzi.
Una domanda che porrò ripetutamente durante la lettura del libro è:
ma sono le nuove “regole-non regole” di Netflix a generare il successo dell’azienda o è il successo dell’azienda a generare queste nuove regole?
Ma la domanda potrebbe essere anche:
Netflix avrebbe avuto successo anche con regole diverse? Come, ad esempio, quelle ferree di Jack Welch.
Do per esatta la risposta che la nuova filosofia organizzativa sia alla base del successo di Netflix.
Ma questa assunzione (di cui non sono convinto) fa sorgere altre domande.
Siamo davvero in presenza, in Netflix, di un meccanismo non darwiniano di accrescimento della densità dei talenti?
Oppure si tratta di un più sofisticato meccanismo di selezione del più adatto, in cui la scelta di chi buttare giù dalla nave è più efficace?
Non sto prendendo posizione contro il darwinismo nelle organizzazioni, così come non sto prendendo posizione col darwinismo presente nelle logiche dei mercati. Né sto ideologicamente attaccando i fondamenti della meritocrazia. Lascio a ciascuno di assumere la propria posizione su questi temi di fondo che non possiamo banalizzare.
Fornisco la mia risposta, non ideologica. Si, siamo in presenza anche in Netflix di un meccanismo darwiniano. Ed è normale che sia così, Netflix vive in un ambiente di ipercompetizione e, dunque, se cresce ha più merito di chi non cresce. Per avere più merito, essendo le organizzazioni fatte di persone, ha dipendenti con maggiore merito delle altre aziende (maggiore densità di talento).
Ma tutto questo, da lettore del libro e da spettatore dei filmati che Netflix produce per annunciare al mondo l’”utopia organizzativa” realizzata, mi lascia con un sapore di artificiale in bocca.
Il produttore di serie televisive capaci di toccare i cuori e le sensibilità di tutti i pubblici del mondo, in segmenti del mercato dell’intrattenimento molto specifici, è ancora una volta testimonianza di un vecchio assunto del marketing: che la strategia, il marketing e la comunicazione “esterni” (rivolti ai clienti) non possono essere in contraddizione con la strategia, il marketing e la comunicazione “interni” (rivolti ai dipendenti).
Le due vision, quella
esterna e quella
interna, non possono che essere coerenti perché la macchina del successo funzioni.
L’azienda che ha lanciato con successo planetario la fiction distopica di “Squid Game”, acclamata come metafora critica dell’orrore del darwinismo sociale, non può non accorgersi che lo sketch dei 5 dipendenti che conversano del “Keeper test” contiene l’ipocrisia di fondo che non si stia parlando di “
business as usual” ma di qualcosa di diverso che riguarda la felicità di quei dipendenti, scelti accuratamente con un giusto assortimento di genere e di razza. Come a dimostrare che Netflix sia un grande, equo e solidale distributore di felicità nel mondo. Compresi i propri dipendenti, ciascuno dei quali è innamorato della missione di dare felicità al mondo con il proprio contributo.
Non voglio dire che l’utopia non sia desiderabile. E’un’utopia a cui vogliamo credere. Così come vogliamo liberarci degli incubi delle distopie. E credo anche che in un’azienda tutto questo si sia sempre fatto e sempre si farà: creare dei quadri di valori con noi risonanti, visioni utopiche, missioni di progresso economico, culturale e sociale.
Credo però che una riflessione a freddo vada fatto sulla natura di quel concetto di “densità di talento”. E, di conseguenza, sul Keeper test che ne è conseguenza.La violenza della valutazione del capo nella General Electric di Jack Welch, laddove il capo può essere un grandissimo stronzo, è emotivamente molto peggiore del giudizio, che ha le forme costruttive del feeback, della comunità in cui si lavora?
Le perniciose reazioni di attacco/fuga che un meccanismo di valutazione-selezione, innesca nel nostro cervello primordiale, sono finalmente superate nell’utopia organizzativa che viene qui presentata?
Sono i risultati di business a provare che le cose sono effettivamente così? Oppure sondaggi periodici di “benessere organizzativo” e classifiche delle imprese “Best Place to Work”?
Abbiamo chiesto ai dipendenti che sono scesi dalla nave, cosa nel pensano della loro esperienza? Oppure siamo nella fiction?
Non ho certezze, né informazioni in merito. Chiedo a tutti voi. Nel frattempo continuo la lettura del libro.