SINOSSI

I ricordi della ritirata di Russia scritti in un Lager tedesco dall'alpino Rigoni Stern nell'inverno del 1944 vennero pubblicati da Einaudi nel 1953 nei «Gettoni» diretti da Vittorini sotto il titolo Il sergente nella neve. Apprezzato inizialmente soprattutto per il valore della testimonianza, il romanzo ha mostrato le sue grandi qualità espressive con la progressiva distanza temporale dai drammatici avvenimenti narrati. E ormai è giustamente considerato un classico del Novecento: per la lingua intensa e sempre concretissima, per l'alta moralità di fronte a esperienze estreme, per la totale mancanza di enfasi retorica, per il candore e la forza con cui viene rappresentata la lotta dell'uomo per conservare la propria umanità.

RECENSIONE

Il più celebre romanzo di Mario Rigoni Stern è un racconto che va molto al di là della letteratura. Di pagina in pagina, sembra infatti di assistere a una cronaca umana stesa per adempiere a un debito morale nei confronti di chi, dalla Russia, non è mai tornato. Aveva appena ventun anni il sergente Rigoni, quando dovette affrontare la drammatica ritirata dal Don. Una marcia interminabile sotto la neve, con temperature estreme sotto lo zero, fino alla battaglia di Nikolajewka per aprirsi un varco, rompere l'accerchiamento nella "sacca" e tornare "a baita", a casa. È uno scontro disperato quello che gli alpini devono sostenere per non cadere prigionieri dell'Armata Rossa, un atto di eroismo che costa la vita a tanti, troppi soldati già stremati dalla fatica, dalla denutrizione, dai pidocchi, dalla carenza di mezzi e rifornimenti. Ed è una vittoria, infine, ma non di quelle che restano impresse nella memoria collettiva dei fatti d'arme gloriosi, perché in fondo è una vittoria per salvare il salvabile, nel quadro generale di una disfatta atroce. A Nikolajewka il sergente Rigoni perde gli amici Rino e Raul, incontra morte ovunque, con la neve che si colora di rosso, assistendo a una carneficina che non può avere il sapore del trionfo. A perdere, in una guerra del genere, è l'umanità intera, che sembra avere dimenticato cosa sia la solidarietà.
Colpisce, nel romanzo, l'assenza assoluta di retorica bellica: lo stile è asciutto, la prosa "popolare", i toni enfatici sono banditi. I soldati bestemmiano, e spesso. La natura, la steppa, le isbe isolate nel bianco, la neve assurgono al rango di coprotagonisti della vicenda, come presenze fisiche che assiderano gli arti e congelano il pane nelle tasche. Sotto la cresta di ghiaccio della disfatta di un popolo e di una nazione, Rigoni Stern fa battere il cuore di un'umanità più resistente dell'odio. I russi non sono mai banali "nemici", ma persone che, come gli alpini, soffrono la fame e il freddo; le loro mogli e i loro bambini piangono i morti esattamente come chiunque altro su questa terra. Ed è proprio a partire da questo presupposto che il romanzo ci regala una pagina commovente e memorabile: il sergente Rigoni che entra in un'isba, vi trova inaspettatamente soldati russi intenti a consumare un pasto, si siede al loro tavolo, mangia anche lui un boccone, ringrazia e se ne va. Nessuno spara, giacché a prevalere è il tacito riconoscimento della comune appartenenza alla famiglia umana. Siamo dunque in presenza di una sorta di viaggio iniziatico verso la salvezza dell'anima. Cosa resta di umano dentro di noi quando tutto intorno è sangue e distruzione? Esiste un appiglio per rifuggire dalla tentazione di lasciarsi morire nello spirito prima ancora che nel corpo? Rigoni Stern si fa guida virgiliana attraverso l'inferno del dolore. E noi abbiamo la sensazione di camminare con lui, la neve fino alle ginocchia, il muco ghiacciato sulla barba, le mani congelate e nella testa una sola assillante domanda: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?».

[RECENSIONE A CURA DI GIGIMALA]

Autore Mario Rigoni Stern
Editore Einaudi
Pagine 152
Anno edizione 2021
Collana Einaudi tascabili. Scrittori
ISBN-10(13) 9788806250485
Prezzo di copertina 12,00 €
Prezzo e-book 7,99 €
Prezzo audiolibro 10,19 €
Categoria Contemporaneo - Attualità - Sociale - Psicologico