Credo di aver letto “La metamorfosi” di Kafka da adolescente senza che mi lasciasse alcuna traccia. Rileggendolo adesso, penso che la ragione sia che è un racconto che può capire e apprezzare pienamente solo chi ha subito, appunto, una metamorfosi. Chi l’ha subita (e il verbo subire esprime bene la passività della situazione) o chi sente di averla subita, chiedendosi un giorno di fronte allo specchio chi è, chi è stato.
Il racconto esprime perfettamente, in questa situazione, il desiderio del riconoscimento da parte degli altri. Di un riconoscimento duplice, del proprio sè, della propria essenza, ma anche del proprio cambiamento. Si tratta perciò del riconoscimento di una impossibilità: essere se stessi e diversi insieme.
Ma il profilo forse più interessante del racconto mostra come la metamorfosi cambi non solo chi ne è oggetto, ma anche gli altri, nel modo in cui si rapportano al primo. Essa ha così un potere rivelatore: svela qualcosa di più non di sé, ma delle altre persone, qualcosa che dinanzi alla forma originaria rimaneva nascosto.
La vita, anche quando appare immobile e forse ancora più in tal caso, è una continua metamorfosi, che procede lentamente e inconsapevolmente, finché non ci si risveglia nel letto nella forma di un insetto.
Kaffka è tra i miei scrittori preferiti e questo racconto lo adoro.
Bella la tua riflessione Davide, quasi una recensione. Anzi, se non è già presente perchè non ti pigli i crediti?!
Grazie mille, Giuseppe. Io di Kafka ho letto (troppo) poco, solo "Il processo" (due volte) e "La metamorfosi". Ma mi propongo di leggere altri suoi racconti prestissimo! Anzi, se vuoi suggerirne qualcuno, ascolto volentieri:)
Caspita, paradossalmente è uno di quegli autori che mi piacciono molto e di cui, come te ho letto poco. Anch'io ho letto
Il processo, La metamorfosi e altri racconti (Nella colonia penale, La condanna) e poi ho letto
I racconti dell'impossibile. Forse ho letto anche degli stralci di
Lettere al padre, molto interessanti. Una curiosità, ieri ho finito di leggere
Auto da fe' di Elias Canetti il quale è stato ampiamente condizionato (come dichiara egli stesso nella postfazione al romanzo) proprio da Kafka. Insomma dobbiamo metterci sotto...