SINOSSI

Da una parte un grande studioso, Kien, che disprezza i professori, ritiene superflui i contatti con il mondo e ama in fondo una cosa sola: i libri. Dall'altra la sua governante, Therese, che raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Il romanzo racconta l'incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue: la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa accuratezza con cui analizzava un testo antico.

RECENSIONE

Elias Canetti, un dottore di ricerca in chimica che mai ha lavorato come tale, vince il Nobel nel 1981 avendo scritto un solo romanzo nel 1935: questo, appunto. La motivazione del premio cita: “per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica". Il romanzo esce nel 1946 in Inghilterra col titolo Auto da fé (il titolo originale tedesco era Die Blendung, cioè “Abbagliamento”), nel 1947 a New York come The tower of Babel. In Italia, per Garzanti, esce nel 1967. Autore poliedrico, Canetti scrive anche saggi, testi teatrali e aforismi, entrando in contatto con numerosi intellettuali e ritiene di essere stato influenzato dalle opere di Dostoevskij e Kafka.
Il romanzo si inserisce in un progetto mastodontico: una Comédie humaine dei folli composta da otto romanzi con personaggi portati all’estremo (un fanatico della religione, un visionario della tecnica, un collezionista, un uomo ossessionato dalla verità, un dissipatore, un nemico della morte e l’uomo dei libri). Il protagonista, Peter Kien, viene descritto come il più grande sinologo mai esistito. Kien ha un legame con i libri più importante della sua stessa persona: egli è fatto di libri. Se Kien è un misto emblematico di cultura, rigore morale, misantropia e misoginia, la sua antagonista, Therese, sua governante che ne diventerà la moglie, è invece una paladina dell’interesse materiale, della ristrettezza di vedute e dell’amore romantico e sensuale, perseguiti con atteggiamento duro e all’occorrenza, una violenza inaudita. Per avere un’idea di quello che sarà il loro rapporto si consideri questo passaggio: "Ora spuntano pure le vecchie che imparano in tarda età. Vuole dissetarsi alla sorgente del sapere. O forse si vergogna davanti a me della propria ignoranza? [...] Ma darle dei libri sarebbe vile; in mano agli ignoranti i libri sono completamente indifesi. E io non posso sederle vicino e sorvegliarla mentre legge".
Auto da fé è un romanzo surreale e grottesco. Come Dalí fa nei suoi quadri, Canetti nel suo romanzo è capace, grazie alla proprietà di linguaggio, la tecnica narrativa e l’iperrealismo delle immagini, di far materializzare le cose più assurde, come la biblioteca portatile nella testa di Kien. Peter Kien ha una memoria prodigiosa e non può separarsi dai suoi libri, per cui, cacciato di casa, deve portarli con sé. Ma ogni sera, questi diecimila volumi pesano nella sua testa per cui deve "scaricarli" e ordinarli nel luogo di fortuna in cui si trova. Oltre al rapporto con Therese, che a tratti, per il suo sapore tragicomico ricorda "La guerra dei Roses" (1989), Peter Kien verrà a contatto con altri personaggi tutti estremamente caricaturati e simbolici. Fischerle, il nano, fa dell’inganno la sua filosofia di vita. Mosso dall’ambizione di vedersi proclamare campione mondiale di scacchi, gioco che simboleggia l’arte del raggiro, non si farà scrupoli a sfruttare Kien e chiunque gli capiti a tiro pur di trarne un profitto. Il portiere della casa in cui vive Kien, invece, è la forza bruta, la bieca violenza e la gola: la sua personalità prevaricante schiaccia moglie e figlia fino alla morte. Disprezza i mendicanti e attende un loro passo falso per riempirli di botte. Estorce denaro a Kien con delle minacce che maschera in forma di protezione, ma la sua codardia viene smascherata dalla superiorità intellettuale e morale di Georg. Questi, fratello del protagonista è un medico, verso cui Peter Kien nutre un enorme disprezzo. Ciò che non riesce a perdonargli è il suo amore per gli altri. Mentre per Peter le persone sono solo un ostacolo alla sua simbiosi con i libri, Gerog ha una passione per le persone e desidera rendere il mondo un posto migliore attraverso la cura di chi ha problemi mentali: "Trattava i pazienti come se fossero degli esseri umani. Si lasciava raccontare pazientemente storie che aveva già sentito mille volte e ogni volta si mostrava sorpreso degli arcinoti pericoli e terrori. Rideva e piangeva assieme al paziente che gli sedeva davanti". Egli ha una visione del mondo oltre l'interesse materiale e veicolata da idee rivoluzionarie per l'epoca: considerare le persone con disagio mentale come esseri umani bisognosi di cura (un progresso giunto in Italia solo nel 1978 con la legge Basaglia).
Auto da fé è un romanzo potente, onirico, a tratti psichedelico, ma anche contenitore di istanze profonde. Oltre a quella appena citata, vi è un rimando anche alla monumentale opera sulle masse e il potere che Canetti scriverà come conseguenza di una scabrosa ingiustizia sociale cui assiste quando è ancora uno studente: dei poliziotti uccidono degli operai impegnati in un atto di protesta e vengono assolti; le masse si mobilitano. In Auto da fé Canetti scrive: "Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per la fame e per l’amore ma anche per soffocare in noi la massa. In determinate circostanze essa diventa così forte da costringere l’individuo a compiere azioni disinteressate o addirittura contrarie al proprio interesse". Ma Auto da fé è anche un’opera paradossale, capace di far coesistere cultura, politica e umanità con un disprezzo quasi scientifico per la donna, giustificato da richiami a Eva, Cleopatra, Buddha e persino l’omerico Agamennone. A Buddha, per esempio, farà dire: "Colleriche, Ananda, sono le donne; gelose, Ananda, sono le donne; invidiose, Ananda, sono le donne; stupide, Ananda, sono le donne. Questo, Ananda, è il motivo, questa è la ragione per cui le donne non hanno seggi nelle pubbliche assemblee, non si occupano d’affari e non si procurano il proprio sostentamento esercitando un mestiere". Il romanzo, infine, è ricco di aforismi. Con uno di essi, che ci rimanda al nostro caro Kien e alla simpatica ironia dell’autore, mi piace chiudere questa recensione: "Il denaro era la cosa più impersonale, più priva di importanza e di carattere che egli potesse immaginare. Bastava pensare con quanta facilità, senza merito né sforzo, l’aveva ereditato lui".

[RECENSIONE A CURA DI MATTIA P.]

Autore Elias Canetti
Editore Adelphi
Pagine 552
Anno edizione 2001
Collana Gli Adelphi
ISBN-10(13) 9788845916540
Prezzo di copertina 16,00 €
Prezzo e-book 9,99 €
Categoria Contemporaneo - Attualità - Sociale - Psicologico