SINOSSI

Il 27 dicembre 1904, il teatro Duke of York di Londra mise in scena la commedia "Peter Pan. The Boy who Wouldn't Grow Up" dello scrittore scozzese Barrie. Fu un trionfo. Ma anche l'inizio di un equivoco. Le successive rielaborazioni letterarie operate dallo stesso Barrie offuscarono infatti la carica "demoniaca" del testo teatrale. L'androgino Peter incarna l'immaturità, l'archetipo di un "complesso" che affligge una consistente parte di individui moderni (tanto che c'è stato chi ha definito il fenomeno "sindrome di Peter Pan"). È anche il simbolo svolazzante del sogno utopico, come vita e come nulla. Viene qui tradotto per la prima volta in italiano il testo teatrale che ha dato origine al ciclo di Peter Pan. Si ha così l'occasione di scoprire un testo profondo e complesso, a volte ironico, estremamente bello, lontano dal classico stereotipo del "libro per bambini".

RECENSIONE

La storia di Peter Pan la conoscono tutti, ma credo di non sbagliare se sospetto che i più abbiano in mente le immagini del cartone animato Disney (1953), o al massimo qualche scena di Hook, film del 1991 diretto da Steven Spielberg, con gli straordinari Robin Williams e Dustin Hoffman nei panni, rispettivamente, dell'eterno fanciullo e del suo rivale Uncino. Di certo pochi sanno che James Matthew Barrie, l'autore di questo immortale capolavoro, prima che come romanzo scrisse Peter Pan come opera teatrale. La prima fu messa in scena il 27 dicembre 1904 al teatro Duke of New York di Londra, e fu un successo clamoroso.
Come spesso accade per i grandi classici per l'infanzia, siamo in realtà al cospetto di un testo estremamente sfaccettato e tutt'altro che scontato. È lo stesso Barrie a fornirci una preziosa chiave di lettura: "Non vi traspare il demone che è in Peter?", esclamò contrariato quando nel 1912 fu inaugurata una statua "sdolcinata" del protagonista della sua opera più nota nei Giardini di Kensington (p. 13). Ne Il bambino che non voleva crescere, infatti, è lecito scorgere la follia che abita l'essere umano, quella parte più autentica, suadente e al contempo minacciosa, che rende unica e irripetibile ogni singola persona. Nel rifiuto, categorico, di diventare adulto di Peter si intravede l'angoscia, non certo quell'infantilismo zuccheroso e smielato che, complice la moderna società dei consumi, pretende di esaltare la giovinezza come uno status mentale, da perpetuare oltre ogni logica decenza ben oltre i limiti fisiologici posti dal decadimento del corpo. Nell'epoca - per dirla con un celebre verso di Francesco Guccini - degli "eterni non invecchiati", Peter Pan si dimostra di estrema attualità, come monito a vivere nel tempo e non contro il tempo, pena l'esclusione da un consesso sociale che, pur inseguendo falsi miti di eterna giovinezza, inchioda in realtà ogni adulto alle proprie responsabilità, senza alcuna indulgenza per chi si attarda oltremodo nel disimpegnato universo dell'infanzia. E del resto, a leggere il testo di Barrie emerge piuttosto chiaramente che quello dei bambini è tutto fuorché un mondo idilliaco. "Irresponsabilità, ansia d'abbandono, solitudine, narcisismo" caratterizzano il personaggio Peter, sottolinea Francesco M. Cataluccio nella sua Introduzione al volume. Ma non solo: tra i Ragazzi Perduti è invalso il ricorso naturale alla violenza, come parte istintuale dell'essere umano. Tanto che persino il piccolo Michele, nello scontro finale con gli uomini di Capitan Uncino, si entusiasma nel dire a Wendy: "Ho ucciso un pirata! [...] mi piace, mi piace" (p. 175).
L'immaturità porta Peter a ricercare ossessivamente una madre, incarnazione del buon senso (ossia della razionalità) tipico dell'età adulta. In Wendy egli scorge un punto di riferimento rassicurante, anche se si tratta di un classico 'vorrei ma non posso'. Wendy desidererebbe amarlo in altro modo, e questo frappone tra i due un ostacolo insuperabile. Non per niente, infatti, Peter non può essere toccato se non dalle fate e visto se non dai bambini. La sua condizione, per come emerge dalla penna di Barrie, è estremamente triste e malinconica. Non c'è spazio, in quest'opera teatrale, per una prospettiva di crescita del protagonista, destinato a rimanere in eterno confinato in una "Never Land" dove i contrari si contaminano ("è estate per le strade e sulla laguna ed è inverno sul fiume", p. 83), il sogno si fa realtà e i legami svaniscono come acqua che evapora. Peter, il bambino che non voleva crescere, è in definitiva l'espressione di un'angoscia esistenziale. Angoscia che, pochi anni dopo la rappresentazione teatrale e l'uscita del romanzo nel 1911, troverà un drammatico epilogo nella stagione delle guerre mondiali e dei totalitarismi. Regimi per l'appunto violenti, alla radice dei quali risiede, tra gli altri, il mito dell'infanzia, simbolo di purezza e vigore, ma anche di incondizionata sottomissione, nell'illusoria pretesa che sia possibile confinare i popoli in un'eterna giovinezza da plasmare e forgiare a discrezione del capo-guida.

[RECENSIONE A CURA DI GIGIMALA]

Autore James Matthew Barrie
Editore Feltrinelli
Pagine 202
Anno edizione 2015
Collana Universale economica. I classici
ISBN-10(13) 9788807902024
Prezzo di copertina 8,00 €
Categoria Altri generi