Ho inizato a leggere anch'io il David Copperfield su invito di un paio di amici del club e spinto dal fatto che avevo un conto aperto con Dickens.
QUALE TRADUZIONE?
Ho letto i primi capitoli del libro su alcune traduzioni diverse giusto per farmi un'idea e poi decidere con quale traduzione proseguire la lettura fino alla fine.
Ho confrontato, come dicevo solo per alcuni capitol, le traduzioni di:
- Alessandra Osti per "La Biblioteca dell'Espresso";
- Oriana Previtali per "i grandi romanzi BUR";
- Ugo Dèttore per i tipi della Garzanti;
- Cesare Pavese per i tipi dell'Einaudi.
Tutti i confronti sono stati fatti con le edizioni digitali. L'unico cartaceo da me consultato è quello dell'edizione "La biblioteca dell'espresso" molto pregevole da tanti punti di vista ma con caratteri di stampa per me troppo piccoli in un formato mattoncino decisamente scomodo.
La versione di Alessandra Osti mi è sembrata la più moderna e "fresca", lineare e fluida ma poco incline al lirismo e a certi manierismi che leggo essere propri di certa scrittura di Dickens che ho invece ritrovato nell'elegante versione versione di Ugo Déttore e in parte minore in quella di Oriana Previtali. Mi sono fatto l'idea perciò che la versione di Cesare Pavese sia quella stilisticamente più bella e più lontana dal testo originario, almeno così ho letto in giro.
Per farla breve ho deciso di continuare la lettura con la versione di Ugo Dèttore (Garzanti) con la pecca di qualche vocabolo veramente vetusto di troppo compensata da una prosa ben calibrata e solo leggermente aulica che comunque fa tanto "ottocento". Poi in alcuni dei passi più contorti confronto la traduzione con quella di Alessandra Osti e/o di Oriana Previtali.
Ho volutamente taciuto della versione di F. Prattico per i tipi della Newton Compton perché non ho avuto né tempo né voglia viste le numerose delusioni che mi sono venute da questo editore per quanto riguarda le traduzioni dei classici.
E DEL LIBRO NON DICIAMO NULLA?
Sono a poco più del 30% e il libro mi sta piacendo veramente tanto. E con questo voglio fare intendere che, almeno fino a questo momento, me ne sono proprio innamorato.
Dickens cesella i suoi personaggi e David per primo in maniera così vivida, realistica ed empatica che non si può non palpitare insieme a loro, indignarsi nelle loro avversità, piangere con loro nei momenti tristi.
Unico piccolo appunto l'eccessiva lentezza di certe parti che compensano parzialmente la mancanze di vere e proprie digressioni tanto care a Tolstoj o a Hugo.
Grande assai, fino ad ora, mi appare questo libro, e mi cospargo il capo di cenere e chiedo venia al dio della letteratura per non averlo affrontato prima.
Ma il Club del Libro proprio serve anche a questo (oltre che a farmi impazzire con il nuovo template

). O sbaglio?