Bello leggere discussioni tanto profonde e animate…
Dopo anni ho letto anche io questo libro e riporto qui la mia opinione.
“Il piacere” è un’opera che sembra scritta quasi a posta per esprimere la vita estetica di Kierkegaard: “io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. (…) La mia legge è in una parola: NUNC”.
Della vita estetica presenta l’infinita ricerca del nuovo e del diverso e il correlato senso di disperazione. Andrea Sperelli, il protagonista, è infatti profondamente disperato, oppresso da una cupezza e una tristezza crescenti.
Emblematico della natura umana è che della quantità di donne che egli conosce, quelle che dominano la sua mente e l’intero romanzo sono le uniche associate al rifiuto. Elena Muti che, dopo un periodo di passione, sposa un altro. Maria Ferres che, coniugata, rifiuta a lungo e con sofferenza le sue avance. Tutte le altre, possedute realmente o virtualmente, trascorrono nei pensieri di Sperelli senza lasciare traccia, se non il predetto senso di disperazione.
E come nella vita estetica di Kierkegaard l’oggetto del piacere è infinito e dunque irrilevante, così per Andrea Sperelli e due amate finiscono per confondersi e sovrapporsi a vicenda, fino a una indistinzione che D’Annunzio descrive come l’abisso dell’abiezione morale.
Il romanzo è per me degno di nota, più che per il contenuto, per lo stile. Ogni pagina de “Il piacere” è raffinatissima e contiene almeno una sorprendente metafora, una frase poetica, un neologismo divertente. L’attenzione ai dettagli è massima sia nel contenuto che nella forma.Se si confronta una pagina del libro con una pagina di un’opera contemporanea, viene solo da chiedersi come sia stato possibile questo crollo e questa decadenza.