In alcune città di provincia si trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella dei chiostri più tetri, delle lande più desolate, delle rovine più tristi: in queste case forse si trovano riuniti e il silenzio del chiostro, e l’aridità delle lande, e le rovine. Vita e movimento vi sono così sopiti che un estraneo le crederebbe disabitate, se d’un tratto non incontrasse lo sguardo vacuo e freddo di una persona immobile, la cui figura, quasi monastica, si sporge dal parapetto della finestra al rumore di un passo sconosciuto. Tale malinconia si ritrova anche in una casa di Saumur, in cima alla strada in salita che mena al castello per la parte alta della città.
Grande scrittore, Balzac! A distanza di anni ho voluto rileggere Eugenie Grandet , che è parte di quelle Scènes de la vie privée che compongono La Comédie humaine: e l’impressione è sempre quella, di un piccolo gioiello.
La provincia è la protagonista del romanzo, con le sue cadenze rallentate, le sue atmosfere malinconiche e le sue vedute ristrette. Ancor più rallentate, malinconiche e ristrette per la giovane Eugenie, il cui cuore, “imprigionato” in una fredda e solitaria monotonia, scorge improvvisamente una via di fuga in un sogno d’amore: Nella vita pura e monotona delle fanciulle arriva un momento in cui il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore acquista un significato, in cui i palpiti del cuore comunicano al cervello una calore fecondo e fondono le idee in un vago desiderio; v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioia soave. Quando i bimbi cominciano a vedere, sorridono; e quando una fanciulla intravede il sentimento nella natura, ella sorride come sorrideva da bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la luce del cuore? E per Eugenie giungeva oramai il momento di scorger chiaro nelle cose di questo mondo.
Ma anche i sogni hanno le loro sbarre: Tornando dalla messa, che per voto si recava ad ascoltare ogni giorno, comprò dal libraio un mappamondo e lo attaccò vicino allo specchio per seguire il giovane lungo la rotta verso le Indie e trovarsi un po’, sera e mattina, nel bastimento che lo portava e chiedergli tante cose: «Stai bene? Non soffri? Pensi a me?… » Poi, seduta sotto il noce, sulla vecchia panca di legno rosicchiata dai vermi e coperta di muschi grigiastri, ove di tante inezie avevan parlato e tanti castelli in aria fatti, si lasciava andare con la mente all’avvenire, fissando il breve lembo di cielo chiuso fra le muraglie ed il tetto che copriva la camera di Charles.
Il romanzo è molto breve (meno di duecento pagine), ma in esso il tempo si dilata in un’attesa infinita, in cui il lettore ed Eugenie si ritrovano a farsi compagnia, ciascuno nella propria solitudine. Di Balzac leggerò e rileggerò anche altro, ma intanto vi consiglio questo libro: voto 8.